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Non c'è nessun «dopoguerra» - старонка 26

nostra rivoluzione senza un portamento all'altezza del compito? Piccoli passi, anche quel cappello.

Un giorno lo capirà anche Djilas: la Lega dei comunisti jugoslavi governa questa repubblica col consenso dei popoli che l'hanno fondata, un mosaico di razze, culti, tradizioni. Al vertice c'è bisogno di rituali e di ruoli certi. Senza rituali e simboli comuni, senza un garante della coesione della comunità, saremmo finiti. Ogni dettaglio della mia figura pubblica è un simbolo, deve trasmettere il messaggio: «Io sono tutto e voi siete tutto insieme a me!» Il taglio perfetto della mia uniforme dà concretezza all'orgoglio dei lavoratori.

Stalin sembrava strozzato dal colletto della giubba. La prima volta che lo vidi, mi diede una penosa impressione di goffaggine. Io ho fatto bella figura anche a Buckingham Palace, un uomo vero tra damerini esangui e vecchi bacucchi. Portare un soffio di rivoluzione e di nuovo mondo a Buckingham Palace. Non è impresa da titani anche questa?

Stalin. Sono l'unico che può dire di averlo piú volte contraddetto in pubblico. Certo, altri l'hanno fatto. Ma non possono piú raccontarlo. «E adesso che si fa, eh?» mi chiedono tutti. Da Mosca, dopo molto tempo, arrivano timidi segnali. Djilas alza un polverone. Spie di Serov in ogni angolo, molto probabile. Gli inglesi mi propongono un film. Davvero buffo. Un modo bizzarro per far conoscere all'Occidente il nostro socialismo. E allora dico: portatemi Cary Grant.

Mancano dieci minuti.

Gli darà fastidio il fumo?

Enter Cary. Barba rasata, finalmente, e un completo spedito da Palm Springs per l'occasione. È il Cary Grant che tutti conoscono, che Tito immagina di conoscere, nervi d'acciaio intenti a sgominare una rete di nazisti in Notorious. Tito si esprime in un inglese passabile, a parte qualche false friend: dice «anemic» anziché «enemy». Cary non lo corregge. Com'è consuetudine quando fa l'anfitrione, Tito prepara il caffè di persona. Cary lo osserva divertito. Qualche accenno a Trieste, il cappotto recuperato in men che non si dica dagli agenti del Gma. E questo Rizzi chi sarebbe? Un poeta. Ah. Tito racconta della sua prima visita a Trieste. Aveva diciott'anni, ci arrivò a piedi, ottanta chilometri da Lubiana. Le dimensioni del porto lo annichilirono. Si sentí perduto.

Grant chiede a Tito della rottura con Stalin, aggiungendo: «C'è voluto del fegato, quello pareva uno dei cattivi dei film di Walt Disney!» Tito ridacchia e pensa alla regina cattiva di Biancaneve che interroga lo specchio. Pensa a Kardelj, a Djilas, a decisioni tanto difficili da prendere. Pensa a Mosca, alle purghe, ai piani sempre piú vuoti dell'Hotel Lux. Poi ricompensa l'ospite con alcuni aneddoti. Subito dopo la guerra qui arrivò una troupe cinematografica russa, anche loro volevano fare un film sulla nostra Resistenza. In realtà era una masnada di cialtroni, beoni e bagasce di ultima, si sbronzavano tutto il giorno e tutta la notte, attaccavano briga per ogni sciocchezza, piú volte la nostra polizia dovette risolvere i problemi che causavano. Il film era una porcheria. La nostra guerra ne usciva come un conflitto secondario, un diversivo per tenere occupata l'Asse mentre l'Armata rossa faceva il vero lavoro. E invece qui abbiamo rotto la schiena al Duce prima e ai tedeschi dopo. Il vostro Churchill lo capí dopo la Quinta offensiva, anche se poteva capirlo prima e molti compagni sarebbero ancora vivi. Ah, è vero, voi non siete piú inglese, cioè, intendo dire che siete inglese ma nazionalizzato americano. Avrebbe dovuto dire «naturalizzato», ma Cary non lo corregge. Si sente bene.

Oggi abbiamo gli elementi per dire che in quella troupe c'erano spie di Stalin. Era un primo tentativo di destabilizzazione. Ci hanno sempre temuti. Tito conclude, si fa per dire, con un accenno al sapersela cavare da soli anche quando non sembra necessario. Meglio non dover niente a nessuno. Grant sorseggia il caffè, ottimo, e delizia l'interlocutore con dettagli sulla conquista dell'indipendenza artistica ed economica. Tito è ammirato, davvero. E questo film, allora? Tito sorride, si accende una sigaretta, alza le sopracciglia interrogativo. No, non mi dà fastidio. Sapete, io ho smesso, grazie a mia moglie. Prima fumavo, eccome. Grazie a vostra moglie? E cos'ha fatto, se è lecito? Ha minacciato di non...? I due uomini ridono. No, no, mi ha ipnotizzato. Veramente? Ma funziona? Posso garantirlo. Vostra moglie è ipnotista? Be', lei ci ha provato, e ci è riuscita. Sapete, è seguace di quelle discipline orientali che vanno di moda in California, non credo altrettanto in Jugoslavia. Tito soffia un anello di fumo. Metterò al lavoro una commissione di medici. Se mi confermeranno che funziona, un giorno l'ipnosi sarà contemplata nel piano di sanità pubblica. Se esiste, il popolo ne ha diritto. Cary inarca il sopracciglio. In fin dei conti, siamo in Oriente.

Sapete dove ho conosciuto il primo cittadino statunitense? A Mosca, sotto la doccia. All'Hotel Lux, dove risiedevano i comunisti stranieri. L'acqua calda non c'era a tutte le ore, e quando c'era finiva quasi subito. Mosca non è Palm Springs, faceva un freddo cane. Per riuscire a lavarci, entravamo in due sotto la doccia. Cosí conobbi Earl Browder, grande leader del comunismo americano. Si candidò alla presidenza, se non sbaglio. Non so che fine abbia fatto, ma di sicuro non se la passa bene con quel tanghero di McCarthy. Oh, a lui ci pensò Stalin. Cosa? Lo hanno fatto fuori? Non fisicamente, ma nel '44 dichiarò che capitalismo e comunismo potevano convivere, e fu rimosso dall'incarico di segretario del Partito. Due anni dopo il Cominform lo definí «deviazionista», e lo espulse. Non so di cosa viva oggi. Io lo vedo come un precursore di ciò che stiamo tentando. Browder era per una via statunitense al socialismo.

Vi ho visto in quel film dove vi vestivate da donna. Quale, quello col leopardo o quello dello sposo di guerra? Lo sposo di guerra. Davvero spassoso. E quello con la cantina dei nazisti. Notorious. Terrificante. Sapete, i miei Servizi segreti mi hanno consegnato un dossier su di voi. Non temete, nulla di compromettente ai miei occhi, anzi. Avete servito il vostro paese e la causa antifascista in un settore d'importanza capitale come l'intrattenimento. Cary trattiene il respiro. Quello che volevo dire è: nelle fotografie portate abiti dal taglio eccezionale. Anch'io ci tengo, sapete. Noi figli di proletari dobbiamo conquistarcela, l'eleganza. Con tenacia. Sempre attenti, come se fossimo al fronte. In fin dei conti è una guerra anche questa. Cary è quasi commosso. Pensa all'infanzia a Bristol. Pensa alla madre creduta morta e tornata dalla tomba dei vivi. Pensa a quando faceva l'uomo-sandwich sui trampoli, a New York. Questo per dire che la mia non è una domanda futile. Voi non portate cintura. Non portate bretelle. Non avete pancia. Come diavolo vi stanno su i calzoni? Cary ride. Tito ride.

Accennano alla sartoria italiana che prende il nome dall'isola di Brioni. Curioso, vero? Non so perché. Sapete, io credo che abbiamo molto in comune. Lo so che è strano, abbiamo avuto due vite diversissime, eppure... Cary espone il suo punto di vista. Tito lo sorprende: la konspiracija e il cinema obbligano ad adottare diverse identità. Perché non proviamo a contarle? Io sono stato Josip Broz, Georgijevic, Rudi, John Alexander Carlson, Oto, Viktor, Timo, Jiricek, Tomanek, Ivan Kostanjsek, Slavko Babic, Spiridon Mekas, Walter e infine Tito. Io sono stato, per citarne solo alcuni: Archibald Alexander Leach, «Rubber Legs», il mago Knowall Leach, Max Gunewald, Cary Lockwood, Jimmy Monkley, Jerry Warriner, il paleontologo David Huxley, il sergente Archibald Cutter, il pilota d'aeroplani Jeff Carter, il direttore di giornale Walter Burns, Leopold Dilg, Ernie Mott, Joe Adams, il miliardario C. K. Dexter Haven, Johnnie Aysgarth, Mortimer Brewster, Cole Porter, l'agente Devlin in Notorious, il signor Blandings che voleva costruirsi la casa... Per venire fin qui ho assunto l'identità di «George Kaplan». Quello che non so è chi dovrei interpretare nell'eventuale film. Perché avete deciso di lasciare il cinema, Mr. Grant?

Discutono come vecchi amici. Avete smesso anche di bere? Certo che no. Allora faccio portare un'acquavite di queste isole, un aperitivo. Stasera vi fermate a cena da me, vi hanno informato di questo?

Cary si rende conto che Tito non ha il minimo interesse per la balzana proposta dell'MI6. Il suo gioco è temporeggiare, vedere cosa fanno a Mosca, tenere il piede in due staffe. A cena con Sua Maestà, e l'eretico Djilas immolato sull'altare di Mosca. Stratega, animale politico che segue l'usta, sente l'odore di morte: ogni volta che si menziona Stalin, lo sguardo si perde per mezzo secondo. Sente qualcosa. Tramestio di piedi che ballano sulla tomba del tiranno? In ogni caso, l'idea del film è una cazzata. O un fastoso scherzo. Tito e Cary Grant conversano amabilmente. Si può pensare a una scena piú surreale? Niente ha senso, tranne il fatto che sono qui e mi sento bene. Cosa? Oh, scusate, pensavo ad alta voce.

Occhi traditori seguono sorrisi e pacche sulle spalle. Chi può sapere che il film non si farà? Altrove, si attendono rapporti.

Capitolo 52

Tra Mljet e Šipan, 30 aprile

Le due di notte. Il presidente Tito ha lasciato Mljet da meno di quattro ore. Il giardino della villa è cosí silenzioso che sembra di sentire, lontano, rumore di risacca.

L'ombra esce furtiva dall'ingresso posteriore. Supera cespugli di bosso e palme, per rannicchiarsi tra la siepe e la statua di Kermes, affogata di rampicanti.

Sulle ginocchia, una valigetta. La apre con cura. Estrae un paio di cuffie e le indossa. Dita esperte frugano cursori e rotelle. Dalle cuffie un debole fruscio. Occhi attenti fissano indicatori tremolanti e ne decifrano ogni oscillazione. Una mano lavora di fino per orientare l'antenna ad arco e quella telescopica. L'altra afferra un ricevitore e lo porta alla bocca.

- Mare pescoso, Varna, mare pescoso...

L'acuto delle onde lunghe perfora i timpani. L'ombra insiste: - Mare pescoso, Varna.

Parole spezzate. Fischi. Rumore come di vento in un microfono. La mano aggiusta l'antenna circolare. Frasi indistinte. Pollice e indice accarezzano una rotella.

L'ombra sussurra nel ricevitore: - Non importa che il peschereccio arrivi fin qua. Il mare è piú pescoso su Šipan, ripeto, Šipan, zona meridionale, disabitata, costa opposta al continente. Domattina, ora imprecisata, almeno tre pesci spada, forse quattro. Il tonno è migrato, solo cernia e pesci spada. Chiudo.

L'ombra butta la testa all'indietro e soffia verso le stelle una boccata di tensione.

Sfila le cuffie, richiude la valigetta e attraversa di nuovo il parco con passo leggero.

La prua del gommone striscia sulla sabbia, sospinta dall'ultimo colpo di remi. Quattro uomini saltano in acqua e la sollevano di peso per mollarla sulla spiaggia.

Andrej Zhulianov si guarda intorno nervoso. Modificare i piani in extremis non gli è mai piaciuto. Anche quando i cambiamenti sembrano rendere tutto piú facile. Preferisce un grosso rischio calcolato nei minimi dettagli a un'azione lineare infarcita di imprevisti. Mljet era un grosso rischio. Šipan appare piú semplice, ma tutta da inventare.

La mappa del luogo, trovata sul Varna, non aiuta granché. Una carta nautica della Dalmazia meridionale. Come cercare un ristorante sul planisfero.

Zhulianov lancia un'occhiata all'orologio. Le quattro. Meglio agire subito.

Per prima cosa, scaricare il gommone.

Poi farlo sparire.

Infine, trovare un buon punto d'osservazione, per avvistare lo yacht in arrivo da Mljet.

- Non fate confusione, con quella roba. In uno zaino, tutta l'attrezzatura da sub. Nell'altro, binocoli e telescopio. Nel terzo, l'armamentario. Non dimenticate nulla, io cerco un posto dove nascondere il gommone.

Tre ore piú tardi, qualche decina di metri sopra la spiaggia e appena un poco piú a est, Pierre si sveglierà nel letto del padre dopo una notte agitata. Il primo sole del mattino riempirà la stanza, con la promessa di una giornata calda, ideale per il bagno.

Pierre raggiungerà la finestra a piedi nudi. Non potrà trattenersi dal pensare a Bologna, il giorno della partenza, ancora fredda, umida, avvolta dalle ultime nebbie, bagnata da piogge sottili, cielo biancastro a nascondere il sole.

Sentirà i rumori del padre, nell'altra stanza, e andrà a mettersi sulla soglia, contro lo stipite.

- Per il clima e il paesaggio non ti puoi lamentare, babbo. Fine aprile e sembra già estate. A casa io mi alzo, apro la finestra, e tutte le mattine vedo il marciapiede, due o tre biciclette e qualche vecchia con la sporta della spesa. Tu hai le rocce, il mare, le isole...

- Eh, sí, vero, - risponderà Vittorio con mezzo sorriso. - Ma proprio questo è peggio, no? Piccoli piaceri invece di grandi sogni. Bella vista, sole e la ricotta piú buona del mondo.

- Era per guardare al lato buono della cosa.

- Il lato buono? C'è, lo so. Qui si sta bene, se vuoi. Ma io non voglio. Voglio altro, capisci?

Pierre scuoterà la testa e si volterà in silenzio, deciso a non farsi mettere di cattivo umore. Non c'è fortezza piú inespugnabile del pessimismo a ogni costo.

Meglio lasciar perdere e sbrigarsi a scendere in spiaggia.

Lo yacht privato del presidente Tito cavalca le onde a velocità sostenuta. Cary, seduto a prua, penzola una mano fuori bordo, a raccogliere spruzzi per bagnarsi la testa, sgombra di pensieri come il cielo di nubi.

Unico fastidio: le tre guardie del corpo, attente a ogni movimento, sempre all'erta, sempre armate. Mai un attimo per rilassarsi.

Rilassarsi. Nuotare, leggere, prendere il sole, passeggiare sulla spiaggia. Il programma della giornata è tutto lí, un toccasana prima delle fatiche di un nuovo, lungo viaggio. Prima di tornare a Palm Springs e raggiungere Hitch e Grace Kelly in Costa Azzurra. Meglio che starsene a casa, pensionato di lusso, yoga, massaggi ayurvedici e le battute di David Niven.

Fino ad allora, però, Cary ha stabilito di non pensarci, e vuole essere di parola con se stesso.

Infila gli occhiali da sole, si mette comodo e apre il libro al capitolo ventitre.

La lente del cannocchiale inquadra la scena.

Zhulianov regola il fuoco e vede lo yacht gettare l'ancora a un centinaio di metri dalla spiaggia. Il canotto di servizio cala in acqua con tre uomini a bordo. Le guardie del corpo sono in tenuta militare. Grant indossa una polo blu e un paio di pantaloncini da bagno dello stesso colore. Ha gli occhiali da sole e stringe qualcosa in mano. Forse un libro.

Si chiamano Elafiti, una decina di piccole isole tra l'estremità orientale di Mljet e il porto di Dubrovnik. Il nome ha a che fare con i cervi, ma non è chiaro se sia dovuto alla presenza di questi animali, ora del tutto scomparsi, oppure all'aspetto d'insieme dell'arcipelago, che ricorda, come una costellazione, le fattezze del cervo.

Šipan, Lopud e Kolocep sono le uniche abitate. Su Šipan, la maggiore, gli insediamenti sono due, Šipanaka Luka e Sudurad, sul versante opposto.

A metà strada tra i due paesi, nascosta tra rocce e ginestre, una casa malmessa domina dall'alto un tratto di costa disabitato e inospitale.

Forse per questo Vittorio Capponi, che vive lí da circa due mesi, non ha mai visto nessuno gettare l'ancora da quelle parti. Al massimo un gozzo di passaggio, al mattino presto, o di notte, al largo, a pescare totani con la lanterna. Ma uno yacht di quelle dimensioni, mai. Talmente grande da portarsi appresso, sollevata a poppa su due carrucole, una scialuppa a motore, grande abbastanza per quattro persone.

Turisti? Difficile. Ti pare che uno con una barca del genere viene a farsi il bagno lí, nel punto piú deserto di tutta l'isola? Quella è roba da gran signori, altroché, da far vedere in giro, nei posti alla moda, sulle spiagge rinomate, non a metà strada tra Šipanaka Luka e Sudurad, in mezzo alle capre e ai pescatori di totani.

Eppure. Vittorio stringe gli occhi, porta una mano alla fronte per schermarsi dal sole. Eppure sí, Radko, guarda. Mettono in mare la scialuppa, puntano sulla spiaggia.

Non sono divise militari, quelle?

Puttana vigliacca! Sono venuti a prendermi!

Pierre si gode il sole primaverile steso sulla sabbia, torso nudo e pantaloni arrotolati alle ginocchia. Pensa ad Angela, a cosa starà facendo in quel momento, a quello che le dirà al ritorno in Italia. Il profumo, i capelli e infiniti dettagli del corpo gli piovono in testa all'improvviso. Una specie di brivido lo attraversa dai piedi alle spalle. Pensa a quello che vorrebbe dire al padre, al nodo che vorrebbe sciogliere una volta per tutte.

Decide di tirarsi su, prima di arrostire. Gambe liquefatte dal caldo e vapori nel cervello.

Scrolla la sabbia e raggiunge la battigia con passo malfermo.

Poggia il culo nell'acqua trasparente e si dispiace di non aver mai imparato a nuotare. Zia Iolanda ci aveva provato un sacco di volte, a convincerlo, ma lui niente. Non capiva tutta quella fatica, per il solo gusto di attraversare il Santerno, lí dalla pozza, dove si faceva il bagno d'estate. L'acqua era fresca anche a riva e bastava mettersi seduti per entrarci fino al collo.

Però il mare è un'altra cosa. Quello sí mette voglia di nuotare, guardare la spiaggia da prospettive diverse, andare lontano, incontro alle onde, ai gabbiani.

Quando sente il rumore del motore ha un soprassalto. Si avvicina al blocco di scogli che lo separa dall'altra spiaggia e sbircia oltre la roccia. Tre uomini trascinano in secca un grosso canotto. Il quarto è un signore dinoccolato che si guarda intorno come ammirasse il paesaggio, poi siede sulla sabbia e apre un libro.

Un turista resterebbe affascinato dal fondale roccioso, ricoperto di anemoni e posidonia.

Con un colpo di pinne inseguirebbe un banco di piccoli suri nelle virate unanimi e improvvise.

Magari si spingerebbe in profondità, per cercare una stella marina o l'occhio di una seppia che spunta dalla sabbia.

Sfilerebbe il coltello allacciato alla caviglia per staccare patelle dalla roccia.

Un turista esulterebbe alla vista della tartaruga caretta, rara in queste acque.

Ma Ivo Radelek non è un turista.

L'unica cosa che gli interessa vedere ce l'ha di fronte: lo scafo bianco dello yacht privato del presidente Tito. Mentre si avvicina cerca di non pensare ai mesi trascorsi a Goli Otok, l'inferno dei cominformisti, dove Tito lo ha recluso perché di lui si perdesse anche la memoria. Adesso è lí per fargliela pagare e deve essere lucido ed efficace.

Aggrappandosi alla passerella rialzata, si issa piano sulla poppa. Prende la mira con calma e solo quando è certo di centrare il bersaglio soffia nella cerbottana.

Il guardiano porta la mano alla nuca e ha appena il tempo di gorgogliare qualcosa, prima che il narcotico raggiunga il cervello mandandolo lungo disteso sul ponte.

Il sub si toglie la muta, spoglia il guardiano e ne indossa la divisa. Infine estrae un walkie-talkie dalla borsa impermeabilizzata.

- Rete calata. Ripeto: rete calata. Procedere.

- Andiamo, - sussurra Zhulianov agli altri due.

Tragitto studiato. Possono piombare sulla spiaggia senza essere visti.

Le due guardie del corpo si tengono a distanza da Grant. Al riparo dal sole, nelle loro divise, subito sotto la scarpata.

Tre uomini lucertola strisciano silenziosi, coperti dai cespugli. Si bloccano, immobili.

Venti metri dall'obiettivo.

«Camminò lungo la riva, sulla sabbia pulita e compatta, finché l'albergo scomparve alla sua vista. Allora si tolse la giacca del pigiama, prese la rincorsa e si tuffò rapidamente nel mare appena increspato. La riva digradava subito. Bond rimase sott'acqua... »

Cary sente un tonfo sulla destra e abbassa il libro. Uno dei guardiani è steso per terra, non certo ad abbronzarsi. Riflesso condizionato da migliaia di ciac: un'espressione che spettatori di tutto il mondo hanno ammirato decine di volte.

Frazioni di secondo. L'altro gli si lancia addosso, facendogli scudo col corpo, ma c'è un dardo anche per lui. Cary si ritrova schiacciato dal peso morto dell'energumeno e si lascia sfuggire un'imprecazione.

Riesce a divincolarsi e con una capriola degna di Archie Leach si tira su mettendosi a correre verso gli scogli.

Appena il tempo di lanciare un'occhiata alle spalle: tre uomini in tenuta scura lo stanno inseguendo.

Sono quattro.

Uno piú avanti, uno in mezzo, gli altri dietro.

Niente divise adesso, ma turisti non lo sono comunque. Corrono. Verso la barriera di scogli che separa le due insenature. Quella in cui sono approdati da quella in cui si trova Robespierre.

Vittorio stringe le mascelle. Coperto di sudore, tranne la mano che impugna il Mauser e il dito appoggiato al grilletto.

Abbassa la testa, occhio in linea con la canna, e prende la mira.

Il signore dinoccolato sbuca per primo dagli scogli. Corre a grandi falcate, stile da velocista. Gli altri tre gli stanno dietro a fatica.

Man mano che si avvicinano, Pierre ne intuisce l'espressione. Tesa, impaurita. Non sembra uno sportivo in allenamento. Si direbbe piuttosto uno che scappa. E ha un volto estremamente familiare.

Lo sparo gli fa l'effetto dello starter nei cento metri piani.

Scatta verso il pendio lasciandosi dietro una nuvola di sabbia.

La seconda pallottola colpisce lo slavo proprio sopra il malleolo. Cade, come un cervo abbattuto. Il terzo colpo fischia a pochi centimetri dall'orecchio destro di Zhulianov, che si lascia sfuggire un'imprecazione. Non era previsto. Striscia fino al ferito e l'aiuta a tirarsi su, trascinandolo al riparo dalle fucilate. Aziona il walkie-talkie e parla spedito: - Molliamo la nassa! Ripeto: Molliamo la nassa! Mare in burrasca, rientrare immediatamente.

Scavalca i corpi ancora addormentati delle guardie di Grant, aiutando lo slavo a reggersi in piedi. Imboccano il sentiero tra le rocce.

L'oppio del fallimento e l'adrenalina della fuga si contendono il sistema nervoso.

Mai sottovalutare il nemico.

C'è una specie di grotta, sul limitare della spiaggia, poco profonda, appena un'insenatura tra le rocce. Pierre l'ha notata scendendo, e adesso ci si infila, a capofitto.

Il signore dinoccolato gli è subito dietro. Scivola accanto a lui e si lascia andare, schiena contro la parete, per riprendere fiato.

Pierre si volta, ancora elettrizzato dalla corsa.

I due si guardano.

Pierre non pensa neanche per un momento di avere le traveggole. Troppe volte ha studiato quei tratti nelle fotografie e sul grande schermo, centimetro per centimetro, per carpire il segreto dello stile perfetto.

- 2014-07-19 18:44
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