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Edizione: Baldesar Castiglione, IL libro del Cortegiano, a cura di Giulio Preti, Giulio Einaudi Editore, Torino 1965 - старонка 26

1123 sarà, come s'estima, nelle sue mani, creder si po che debba oscurare il nome di molti imperatori antichi ed agguagliarsi di fama ai piú famosi che mai siano stati al mondo.

XXXIX.

Suggiunse il signor Ottaviano: - Credo adunque che tali e cosí divini príncipi siano da Dio mandati in terra e da lui fatti simili della età giovenile, della potenzia dell'arme, del stato, della bellezza e disposizion del corpo, affin che siano ancor a questo bon voler concordi; e se invidia o emulazione alcuna esser deve mai tra essi, sia solamente in voler ciascuno esser il primo e piú fervente ed animato a cosí gloriosa impresa1124. Ma lassiamo questo ragionamento e torniamo al nostro. Dico adunque, messer Cesare, che le cose che voi volete che faccia il principe son grandissime e degne di molta laude; ma dovete intendere, che se esso non sa quello ch'io ho detto che ha da sapere, e non ha formato l'animo di quel modo ed indrizzato al camino della virtú, difficilmente saprà esser magnanimo, liberale, giusto, animoso, prudente, o avere alcuna altra qualità di quelle che se gli aspettano1125; né per altro vorrei che fosse tale, che per saper esercitar queste condizioni; ché sí come quegli che edificano non son tutti boni architetti, cosí quegli che donano non son tutti liberali; perché la virtú non nòce mai ad alcuno e molti sono che robbano per donare e cosí son liberali della robba d'altri; alcuni dànno a cui non debbono e lassano in calamità e miseria quegli a' quali sono obligati; altri dànno con una certa mala grazia e quasi dispetto, tal che si conosce che lo fan per forza; altri non solamente non son secreti, ma chiamano i testimonii e quasi fanno bandire1126 le sue liberalità; altri pazzamente vuotano in un tratto quel fonte della liberalità, tanto che poi non si po usar piú.

XL.

Però in questo, come nell'altre cose, bisogna sapere e governarsi con quella prudenzia, che è necessaria compagna a tutte le virtú; le quali, per esser mediocrità1127, sono vicine alli cui estremi, che sono vicii; onde chi non sa facilmente incorre in essi; perché cosí come è difficile nel circulo trovare il punto del centro, che è il mezzo, cosí è difficile trovare il punto della virtú posta nel mezzo delli cui estremi, viciosi l'uno per lo troppo, l'altro per lo poco, ed a questi siamo or all'uno or all'altro inclinati; e ciò si conosce per lo piacere e per lo dispiacere che in noi si sente; ché per l'uno facciamo quello che non devemo, per l'altro lasciamo di far quello che deveremmo; benché il piacere è molto piú pericoloso, perché facilmente il giudicio nostro da quello si lascia corrompere. Ma perché il conoscere quanto sia l'uom lontano dal centro della virtú è cosa difficile, devemo ritirarci a poco a poco da noi stessi alla contraria parte di quello estremo al quale ne conoscemo esser inclinati, come fan quelli che indrizzano i legni distorti1128; ché in tal modo s'accostaremo alla virtú, la quale, come ho detto, consiste in quel punto della mediocrità; onde interviene che noi per molti modi erriamo e per un solo facciamo l'officio e debito nostro; cosí come gli arcieri, che per una via sola dànno nella brocca e per molte fallano il segno. Però spesso un principe, per voler esser umano ed affabile, fa infinite cose fuor del decoro e si avvilisce tanto che è disprezzato; alcun altro, per servar quella maestà grave con autorità conveniente, diviene austero ed intollerabile; alcun, per esser tenuto eloquente, entra in mille strane maniere e lunghi circuiti1129 di parole affettate, ascoltando se stesso, tanto che gli altri per fastidio ascoltar non lo possono.

XLI.

Sí che non chiamate, messer Cesare, per1130 minuzia cosa alcuna che possa migliorare un principe in qualsivoglia parte, per minima che ella sia; né pensate già ch'io estimi che voi biasmiate i miei documenti, dicendo che con quelli piú tosto si formaria un bon governatore che un bon principe; ché non si po forse dare maggior laude né piú conveniente ad un principe, che chiamarlo bon governatore. Però, se a me toccasse instituirlo, vorrei che egli avesse cura non solamente di governar le cose già dette, ma le molto minori, ed intendesse tutte le particularità appartenenti ai suoi populi quanto fosse possibile, né mai credesse tanto, né tanto si confidasse d'alcun suo ministro, che a quel solo rimettesse totalmente la briglia e lo arbitrio di tutto 'l governo; perché non è alcuno che sia attissimo a tutte le cose, e molto maggior danno procede dalla credulità de' signori che dalla incredulità, la qual non solamente talor non nòce, ma spesso summamente giova; pur in questo è necessario il bon giudicio del principe, per conoscer chi merita esser creduto e chi no. Vorrei che avesse cura d'intendere le azioni ed esser censore1131 de' suoi ministri; di levare ed abbreviar le liti tra i sudditi; di far far pace tra essi, e legargli insieme di parentati1132; di far che la città fosse tutta unita e concorde in amicizia, come una casa privata; populosa, non povera, quieta, piena di boni artífici1133; di favorir i mercatanti ed aiutarli ancora con denari; d'esser liberale ed onorevole nelle ospitalità verso i forestieri e verso i religiosi; di temperar tutte le superfluità; perché spesso per gli errori che si fanno in queste cose, benché paiano piccoli, le città vanno in ruina; però è ragionevole che 'l principe ponga mèta1134 ai troppo suntuosi edifici dei privati, ai convivii, alle doti eccessive delle donne, al lusso, alle pompe nelle gioie e vestimenti, che non è altro che uno augumento della lor pazzia; ché, oltre che spesso, per quella ambizione ed invidia che si portano l'una all'altra, dissipano le facultà e la sustanzia dei mariti, talor per una gioietta o qualche altra frascheria tale vendono la pudicizia loro a chi la vol comperare -.

XLII.

Allora messer Bernardo Bibiena ridendo, - Signor Ottaviano, - disse, - voi entrate nella parte del signor Gaspare e del Frigio1135 -. Rispose il signor Ottaviano pur ridendo: - La lite è finita, ed io non voglio già rinovarla; però non dirò piú delle donne, ma ritornerò al mio principe -. Rispose il Frigio: - Ben potete oramai lassarlo e contentarvi che egli sia tale come l'avete formato; ché senza dubbio piú facil cosa sarebbe trovare una donna con le condizioni dette dal signor Magnifico, che un principe con le condizioni dette da voi; però dubito che sia come la republica di Platone e che non siamo per vederne mai un tale, se non forse in cielo1136 -. Rispose il signor Ottaviano: - Le cose possibili, benché siano difficili, pur si po sperar che abbiano da essere; perciò forse vedremolo ancor a' nostri tempi in terra; ché, benché i cieli siano tanto avari in produr principi eccellenti, che a pena in molti seculi se ne vede uno, potrebbe questa bona fortuna toccare a noi -. Disse allor il conte Ludovico: - Io ne sto con assai bona speranza; perché, oltra quelli tre grandi che avemo nominati, de' quali sperar si po ciò che s'è detto convenirsi al supremo grado di perfetto principe, ancora in Italia se ritrovano oggidí alcuni figlioli de signori, li quali, benché non siano per aver tanta potenzia, forse suppliranno con la virtú; e quello che tra tutti si mostra di meglior indole e di sé promette maggior speranza che alcun degli altri, parmi che sia il signor Federico Gonzaga, primogenito del marchese di Mantua nepote della signora Duchessa nostra qui; ché, oltra la gentilezza de' costumi e la discrezione che in cosí tenera età1137 dimostra, coloro che lo governano di lui dicono cose di maraviglia circa l'essere ingenioso, cupido d'onore, magnanimo, cortese, liberale, amico della giusticia; di modo che di cosí bon principio non si po se non aspettar ottimo fine -. Allor il Frigio, - Or non piú, - disse, - pregaremo Dio di vedere adempita questa vostra speranza -.

XLIII.

Quivi il signor Ottaviano, rivolto alla signora Duchessa con maniera d'aver dato fine al suo ragionamento, - Eccovi, Signora, - disse, - quello che a dir m'occorre del fin del cortegiano; nella qual cosa s'io non arò satisfatto in tutto, basterammi almen aver dimostrato che qualche perfezion ancora dar si gli potea oltra le cose dette da questi signori; li quali io estimo che abbiano pretermesso1138 e questo e tutto quello ch'io potrei dire, non perché non lo sapessero meglio di me, ma per fuggir fatica; però lasserò che essi vadano continuando, se a dir gli avanza cosa alcuna -. Allora disse la signora Duchessa: - Oltra che l'ora è tanto tarda, che tosto sarà tempo di dar fine per questa sera, a me non par che noi debbiam mescolare altro ragionamento con questo; nel quale voi avete raccolto tante varie e belle cose, che circa il fine della cortegiania si po dir che non solamente siate quel perfetto cortegiano che noi cerchiamo, e bastante per instituir bene il vostro principe, ma, se la fortuna vi sarà propizia, che debbiate ancor essere ottimo principe, il che saria con molta utilità della patria vostra1139 -. Rise il signor Ottaviano e disse: - Forse, Signora, s'io fussi in tal grado, a me ancor interverria quello che sòle intervenire a molti altri, li quali san meglio dire che fare -.

XLIV.

Quivi essendosi replicato un poco di ragionamento tra tutta la compagnia confusamente, con alcune contradizioni, pur a laude di quello che s'era parlato, e dettosi che ancor non era l'ora d'andar a dormire, disse ridendo il Magnifico Iuliano: Signora, io son tanto nemico degli inganni, che m'è forza contradir al signor Ottaviano, il qual per esser, come io dubito, congiurato secretamente col signor Gaspar contra le donne, è incorso in dul errori, secondo me, grandissimi: dei quali l'uno è, che per preporre questo cortegiano alla donna di palazzo e farlo eccedere quei termini a che essa po giungere, l'ha preposto ancor al principe, il che è inconvenientissimo; l'altro, che gli ha dato un tal fine, che sempre è difficile e talor impossibile che lo conseguisca, e quando pur lo consegue, non si deve nominar per cortegiano. - Io non intendo, - disse la signora Emilia, - come sia cosí difficile o impossibile che 'l cortegiano conseguisca questo suo fine, né meno come il signor Ottaviano lo abbia preposto al principe. - Non gli consentite queste cose, - rispose il signor Ottaviano, - perch'io non ho preposto il cortegiano al principe; e circa il fine della cortegiania non mi presumo esser incorso in errore alcuno -. Rispose allor il Magnifico Iuliano: - Dir non potete, signor Ottaviano, che sempre la causa per la quale lo effetto è tale come egli è, non sia piú tale che non è quello effetto1140; però bisogna che 'l cortegiano, per la instituzion del quale il principe ha da esser di tanta eccellenzia, sia piú eccellente che quel principe; ed in questo modo sarà ancora di piú dignità che 'l principe istesso, il che è inconvenientissimo. Circa il fine poi della cortegiania, quello che voi avete detto po seguitare1141 quando l'età del principe è poco differente da quella del cortegiano, ma non però senza difficultà, perché dove è poca differenzia d'età, ragionevol è che ancor poca ve ne sia di sapere; ma se 'l principe è vecchio e 'l cortegian giovane, conveniente è che 'l principe vecchio sappia piú che 'l cortegian giovane, e se questo non intervien sempre, intervien qualche volta; ed allor il fine che voi avete attribuito al cortegiano è impossibile. Se ancora il principe è giovane e 'l cortegian vecchio, difficilmente il cortegian po guadagnarsi la mente del principe con quelle condizioni che voi gli avete attribuite; ché, per dir il vero, l'armeggiare e gli altri esercizi della persona s'appartengono a' giovani e non riescono ne' vecchi, e la musica e le danze e feste e giochi e gli amori in quella età son cose ridicule; e parmi che ad uno institutor della vita e costumi del principe, il qual deve esser persona tanto grave e d'autorità, maturo negli anni e nella esperienzia e, se possibil fosse, bon filosofo, bon capitano, e quasi saper ogni cosa, siano disconvenienfissime. Però chi instituisce il principe estimo io che non s'abbia da chiamar cortegiano, ma meriti molto maggiore e piú onorato nome. Sí che, signor Ottaviano, perdonatemi s'io ho scoperto questa vostra fallacia, ché mi par esser tenuto a far cosí per l'onor della mia donna1142; la qual voi pur vorreste che fosse di minor dignità che questo vostro cortegiano, ed io nol voglio comportare -.

XLV.

Rise il signor Ottaviano e disse: - Signor Magnifico, piú laude della donna di palazzo sarebbe lo esaltarla tanto ch'ella fosse pari al cortegiano, che abbassar il cortegian tanto che 'l sia pari alla donna di palazzo; ché già non saria proibito alla donna ancora instituir la sua signora e tender con essa a quel fine della cortegiania, ch'io ho detto convenirsi al cortegian col suo principe; ma voi cercate piú di biasmare il cortegiano, che di laudar la donna di palazzo; però a me ancor sarà licito tener1143 la ragione del cortegiano. Per rispondere adunque alle vostre obiezioni, dico ch'io non ho detto che la instituzione del cortegiano debba esser la sola causa per la quale il principe sia tale; perché se esso non fosse inclinato da natura ed atto a poter essere, ogni cura e ricordo del cortegiano sarebbe indarno; come ancor indarno s'affaticaria ogni bono agricultore che si mettesse a cultivare e seminare d'ottimi grani l'arena sterile del mare, perché quella tal sterilità in quel loco è naturale; ma quando al bon seme in terren fertile, con la temperie dell'aria e piogge convenienti alle stagioni, s'aggiunge ancora la diligenzia della cultura umana, si vedon sempre largamente nascere abundantissimi frutti; né però è che lo agricultor solo sia la causa di quelli, benché senza esso poco o niente giovassero tutte le altre cose. Sono adunque molti príncipi che sarian boni, se gli animi loro fossero ben cultivati; e di questi parlo io, non di quelli che sono come il paese sterile e tanto da natura alieni dai boni costumi, che non basta disciplina alcuna per indur l'animo loro al diritto camino.

XLVI.

E perché, come già avemo detto, tali si fanno gli abiti in noi quali sono le nostre operazioni, e nell'operar consiste la virtú1144, non è impossibil né maraviglia che 'l cortegiano indrizzi il principe a molte virtú, come la giustizia, la liberalità, la magnanimità, le operazion delle quali esso per la grandezza sua facilmente po mettere in uso e farne abito; il che non po il cortegiano, per non aver modo d'operarle; e cosí il principe, indutto alla virtú dal cortegiano, po divenir piú virtuoso che 'l cortegiano. Oltra che dovete saper che la cote che non taglia punto, pur fa acuto il ferro; però parmi che ancora che 'l cortegiano instituisca il principe, non per questo s'abbia a dir che egli sia di piú dignità che 'l principe. Che 'l fin di questa cortegiania sia difficile e talor impossibile, e che quando pur il cortegian lo consegue non si debba nominar per cortegiano, ma meriti maggior nome, dico ch'io non nego questa difficultà, perché non meno è difficile trovar un cosí eccellente cortegiano, che conseguir un tal fine; parmi ben che la impossibilità non sia né anco in quel caso che voi avete allegato, perché se 'l cortegian è tanto giovane, che non sappia quello che s'è detto che egli ha da sapere, non accade parlarne, perché non è quel cortegiano che noi presuponemo, né possibil è che chi ha da saper tante cose sia molto giovane. E se pur occorrerà che 'l principe sia cosí savio e bono da se stesso, che non abbia bisogno di ricordi né consigli d'altri (benché questo è tanto difficile quanto ognun sa), al cortegian basterà esser tale che, se 'l principe n'avesse bisogno, potesse farlo virtuoso; e con lo effetto poi potrà satisfare a quell'altra parte, di non lassarlo ingannare e di far che sempre sappia la verità d'ogni cosa, e d'opporsi agli adulatori, ai malèdici ed a tutti coloro che machinassero di corromper l'animo di quello con disonesti piaceri; ed in tal modo conseguirà pur il suo fine in gran parte, ancora che non lo metta totalmente in opera; il che non sarà ragion d'imputargli per diffetto, restando di farlo per cosí bona causa; ché se uno eccellente medico si ritrovasse in loco dove tutti gli omini fossero sani, non per questo si devria dir che quel medico, se ben non sanasse gli infermi, mancasse del suo fine; però, sí come del medico deve essere intenzione la sanità degli omini, cosí del cortegiano la virtú del suo principe; ed all'uno e l'altro basta aver questo fine intrinseco in potenzia, quando il non produrlo estrinsicamente in atto procede dal subietto, al quale è indrizzato questo fine. Ma se 'l cortegian fosse tanto vecchio, che non se gli convenissi esercitar la musica, le feste, i giochi, l'arme e l'altre prodezze della persona, non si po però ancor dire che impossibile gli sia per quella via entrare in grazia al suo principe; perché se la età leva l'operar quelle cose, non leva l'intenderle, ed avendole operate in gioventú, lo fa averne tanto piú perfetto giudicio e piú perfettamente saperle insegnar al suo principe, quanto piú notizia d'ogni cosa portan seco gli anni e la esperienzia; ed in questo modo il cortegian vecchio, ancora che non eserciti le condicioni attribuitegli, conseguirà pur il suo fine d'instituir bene il principe.
2014-07-19 18:44
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