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E la sinistra controlla la stampa - La fatica di essere super partes

E la sinistra controlla la stampa


Claudio Rinaldi su L’espresso 13 agosto

http://www.espressonline.it/eol/free/jsp/detail.jsp?m1s=o&idCategory=4817&idContent=257615

Nel 1999 Francesco Cossiga si sentì proporre da Bettino Craxi una sottile distinzione. "Silvio non è un bugiardo", gli disse il latitante, "è uno che dice molte bugie. Come deve fare un buon venditore".
Il guaio è che Silvio, cioè Berlusconi, oggi non fa il piazzista bensì il presidente del Consiglio. Nei paesi normali per accedere alla guida del governo non basta saper vendere. Da noi invece il Principe Mercante, come lo chiamò ´Newsweek´, si è impadronito del tempio. Le sue bugie sono diventate la colonna sonora della vita pubblica che scorre.
Lo sono anche questa estate, nell´indifferenza di un pubblico intontito dall´afa. Ecco una breve antologia.
Intervista alla ´Bild Zeitung´, 4 agosto. Berlusconi spiega ai tedeschi la genesi della super-gaffe su Martin Schulz, paragonato in pieno Parlamento europeo a un kapò nel lager. "Sulle mie reti televisive", racconta, "erano andate in onda centinaia di puntate di ´Hogans Heroes´, una serie su un campo di prigionia; mentre parlavo l´espressione di Schulz, le sue smorfie, il suo gesticolare mi hanno fatto venire in mente il sorvegliante.". Balla.
A Strasburgo il 2 luglio il premier ha testualmente detto al malcapitato: "In Italia un produttore sta montando un film sui campi di concentramento nazisti. La suggerirò per il ruolo di kapò". Un film italiano in lavorazione, non un vecchio serial importato. È una bugia premeditata, non una reazione istintiva. Ma il direttore della ´Bild´ prende per buona la falsa versione. Poi si beve l´autoritratto del Berlusconi stakanovista: "In vita mia non ho mai fatto vere e proprie ferie. Anche da studente ho sempre lavorato, l´unica vacanza è stata alla Sorbona per frequentare dei corsi".
A parte il legittimo sospetto sugli asseriti studi parigini, si può credere alla storiella delle non-ferie? Cosa fa il nostro eroe a Porto Rotondo se non riposarsi e tentare una dieta per buttare giù la pancetta? Come usa il villone di Bermuda, dove si faceva fotografare a coscette nude durante il jogging, se non per spassarsela? Perché cerca nuove residenze in luoghi ameni da Montalcino a Positano?
Conferenza stampa, 1 agosto. "Sto lottando con Giulio Tremonti per far scendere l´aliquota Irpef". Una rissa fra amiconi! Sarà. Ma il vero scoop arriva dopo: "C´è un´immunità che riguarda tutta la magistratura, mentre i politici sono senza difesa". È una doppia fandonia. Se i parlamentari sono protetti dall´articolo 68 della Costituzione, i giudici sono soggetti alla legge al 100 per cento. Berlusconi ne conosce benissimo due che hanno subìto arresti e condanne: Diego Curtò, Renato Squillante. Di quale immunità parla?
Intervista alla radio ´Europe 1´, 30 giugno. "La stampa italiana per l´85 per cento sta con la sinistra contro i moderati". Davvero? Di sinistra quotidiani fra i maggiori come ´Corriere della Sera´, ´Sole-24 Ore´, ´Stampa´, ´Messaggero´? Ridicolo.
Altra panzana: il lodo per bloccare i processi alle alte cariche "è stato un´iniziativa sostenuta dal presidente della Repubblica". Stavolta il Quirinale smentisce e il premier ritratta.
Intervista a ´Time´, 28 luglio. "Le mie tv sono molto critiche nei miei confronti". Ma quando? Mai a memoria d´uomo un tg Mediaset ha pubblicato alcunché di scomodo per il proprietario. Ancora: "Da quando sono in politica non ho fatto una sola telefonata al mio gruppo". Beh, soltanto un imbecille può pensare che il padrone di un´azienda da 9,2 miliardi di euro, quanti ne vale il Biscione, se ne disinteressi e non scambi parola con Fedele Confalonieri. Ma la specialità di Berlusconi è appunto la capacità di prendere la gente per scema. Egli stesso se ne vanta: "Ho senso dell´umorismo".
Il problema non è suo, è dei cittadini. Come è possibile che le bugie attecchiscano con tanta facilità? Certo le caratteristiche nazionali contano: il diffuso deficit di cultura, la voglia di spensieratezza, la segreta ammirazione per ciarlatani e ribaldi in genere. Berlusconi sa sfruttare questi vizi. Il suo obiettivo è ispirare con ogni mezzo una superficiale simpatia. Le sue bubbole sono quelle dell´infedele colto in fallo che nega l´evidenza e intanto ostenta una devozione fasulla.
Trucchetti, non menzogne epocali alla Richard Nixon. Peccatucci furbi che si possono perdonare. Nel bene e nel male le berlusconate non hanno nulla di grandioso. Alla lunga però la quantità si trasforma in qualità: lo stillicidio di piccole bugie scava un abisso nella credibilità di un politico e del suo paese. Che alla ´Bild´ o a ´Time´ se ne freghino è ovvio. Che i giornali italiani continuino a stampare qualsiasi bufala senza avvertire che bufala è, si capisce un po´ di meno.
Come parlava Alberto Sordi

Così è nato un nuovo linguaggio


Enzo Golino su la Repubblica 13 agosto

http://www.repubblica.it/

Era stato lui stesso a capire subito quanto le sue parole fossero aderenti alle cose, e il suo modo di parlare - sulla scena, alla radio, nei film, in tv - vicino alla sensibilità della gente comune e ben diverso dai canoni che volevano imporgli all'Accademia dei Filodrammatici di Milano gli insegnanti di recitazione. Alberto Sordi (1920-2003) resisteva, non voleva perdere naturalezza e spontaneità. Ovviamente, l'Accademia rifiutò uno che per principio si negava al birignao accademico e, per di più, avrebbe avuto seri problemi a estirpare dalla sua pronuncia (o meglio: dal cuore, dalle viscere) la "marcata inflessione romanesca".
Resistenza e insubordinazione alle regole: nasce da qui il "sordismo" linguistico che rispecchia il linguaggio della vita quotidiana ma non rinuncia a deformarlo comicamente, a intingerlo nel sarcasmo, a coglierne i vizi e gli aspetti più odiosi inventando tormentoni asfissianti. Risalgono al 1948 quelli che Sordi affida a indimenticabili personaggi radiofonici. Mario Pio nessuno vorrebbe trovarselo al telefono: "Prondo Mario Pio, con chi parlo, con chi parlo io?". E nessuno vorrebbe imbattersi nel nobile decaduto, lo scroccone conte Claro: "M'intenda chi m'intenda ?sta frecciata da distanza. Comprendi l'importanza?". Sordi diverte, ma è un divertimento in cui s'insinua una punta di sofferenza, una nota di allarme: perché il pubblico, in quei tic linguistici, scorge qualcosa di sé, gli piaccia o meno. Il "filtro eccezionale" che ha favorito questo processo di identificazione, determinando il successo dell'attore, secondo lo storico del cinema Gian Piero Brunetta è stato il suo talento naturale ricco di strepitose doti mimetiche: "una centrale elettrica la cui energia proviene da un bacino sociale di portata vastissima", benché limitato entro i patri confini.


La valanga di energia precipita in un canale espressivo all'altezza della galleria di caratteri che Sordi ha lasciato in eredità all'antropologia nazionale. Nella forma intuita fin dagli esordi, il suo linguaggio è stato lo strumento primario di uno spietato realismo critico che gli ha consentito un'operazione unica - per spessore identitario e durata - nel nostro cinema. Fabio Rossi infatti analizza L'italiano secondo Albertone sulla rivista Italiano sono quelle in cui odia i suoi personaggi", li demolisce e ne rivela il lato "peggiore e più nascosto". Anche sotto l'aspetto linguistico.
Protagonista di Lo sceicco bianco, straordinario apologo sulla cultura di massa, l'eroe dei fotoromanzi è annientato da Sordi che ne è l'interprete geniale, dal regista Fellini, da Antonioni e Flaiano (coautori l'uno del soggetto l'altro della sceneggiatura) a colpi di caricature linguistiche dell'italiano diffuso dai rotocalchi rosa. Il film ridicolizza quel lessico infarcito di torpidi arcaismi, poeticità inerte, errori di italiano popolare. "L'italiano dello sceicco è duplice", scrive Rossi, "pomposo ufficialmente e rozzo non appena la sua incontenibile natura ferina ha modo di emergere". E nei Vitelloni la pernacchia, accompagnata dal gesto dell'ombrello rivolto ai lavoratori, attira l'immediata reazione di una partecipe risata. Ma, alla distanza, in un sussulto metafisico che la depura da ogni volgarità, imprime un sigillo negativo sulla morale del personaggio Albertone intrisa di un nichilismo becero e casareccio.
Il catalogo dei "sordismi" esplorato da Fabio Rossi attende di sicuro un ampliamento e soprattutto un esame delle figure retoriche. Ma già questa parziale ricerca è una collezione di pietre miliari dell'espressività di Sordi: a partire dal 1937, anno del suo primo film, Il feroce Saladino di Mario Bonnard, e dell'investitura come seconda voce ufficiale nel doppiaggio di Ollio (e non c'era ragazzo in quel tempo che non l'imitasse...). In seguito vennero "Mamma mia che impressione!", "Compagnucci della parrocchietta", "Dai, dai, continua imperterrito con questa sorta di invituperi", "Ammazza che fusto!", "Auanagana", "Ma chi te conosce a te? Pussa via brutta bertuccia!". E non si trascuri, per favore, il memorabile "L'americano è un popolo debole, prima beve e poi s'abbiocca" nel modesto Brevi amori a Palma di Majorca di Giorgio Bianchi... E via sordeggiando in omaggio alla sordità, elemento costitutivo dell'essere Sordi.
Ma è nel complesso della tela verbale, intessuta in sessant'anni e più di carriera all'insegna della sorditudine, che spicca il suo ruolo di "ritrattista delle incertezze del parlante italiano medio e medio-basso di fronte ai diversi livelli della comunicazione". Di film in film la lingua sordiana diventa un simbolo: è "l'italiano medio" colorito - più o meno, secondo i casi - dall'italiano regionale romano "e con ambiziose salite ai piani più forbiti". Dagli anni Settanta in poi il romanesco di Sordi risulta sempre più greve: Rossi attribuisce questa involuzione anche al fatto che di alcuni film il regista è lui, quindi non si frena. A livelli massimi di volgarità arriva l'"insopportabile iperromanesco" di Il malato immaginario e L'avaro (adattamenti da Molière) diretti da Tonino Cervi o di Il Marchese del Grillo di Mario Monicelli.
Eppure, questo "italiano sfatto" (così lo chiama Rossi), "questo romanaccio più che romanesco, rende i personaggi migliori di Sordi antipatici e patetici". Al di fuori delle mura capitoline, disturbati dall'eloquio del "romanaccio sciatto" di Sordi, molti italiani hanno infatti provato irritazione e antipatia per l'indolenza, l'immoralità, il cinismo dei romani da lui rappresentati. Senza capire, come del resto alcuni critici, "la componente simbolica del realismo sordiano" che nell'involucro romanesco delle parole sapeva comprendere "un tipo morale" radicato nell'intero paese e in tutte le classi sociali. Per chiarire ancor meglio che "la negatività dei personaggi sordiani è sempre molto realistica", Rossi la confronta alla cattiveria quasi surreale di Totò, al cui linguaggio ha dedicato un robusto volume.
Il fiuto espressivo di Sordi si rivela anche nella parodica commistione tra italiano e inglese esaltata nella popolarissima macchietta di Nando Moriconi in Un giorno in pretura e Un americano a Roma, entrambi di Steno. In questo secondo film la lingua del protagonista - spiega Rossi - è composita: "1) inglese, 2) inglese italianizzato e maccheronico, 3) doppiaggese, cioè l'italiano iperformale e iperderegionalizzato dei doppiatori". Ma va detto che gli straripanti eccessi di amore per l'America e la sua lingua dell'"americanomane" Nando, a metà degli anni Cinquanta, sia pure sul piano di un folcloristico e sornione fanatismo, anticipavano l'inglesizzazione talvolta gratuita del nostro lessico.
Altre volte Sordi ha ripreso la mescolanza di italiano e inglese, come nel suo Tassinaro e in Bello, onesto, emigrato Australia sposerebbe compaesana illibata di Luigi Zampa; e si è prodotto anche in combinazioni italo-francesi ("Quel horreure! Io sto a casa mia. Faccio e dico quello che mi pare. E chi n'est pas d'acord se ne peut aller") e italo-romano-ispano-portoghesi ("Por favor! Per favor! Meu signor, che fasite? Es proprietà privad. È robba mea! Ma non è contrabbando, es indumento personal!") nel film Riusciranno i nostri eroi a ritrovare l'amico misteriosamente scomparso in Africa? di Ettore Scola. Non si invochino però tendenze preglobalizzanti o plurilinguistiche, scegliendo magari a pretesto Fumo di Londra (esordio nella regia) e altri film dove il protagonista, nelle vesti di Sordi, ha valicato i confini nazionali: l'attore resta incardinato nell'italiano medio con risonanze romane, il suo abito linguistico nativo. E quanto gli sia geneticamente attaccato è dimostrato dalle volte in cui prende in giro altre lingue, altri dialetti: per esempio - ricorda Rossi - il suo piacere nel dileggiare il milanese della moglie Franca Valeri e di altri comprimari (Il vedovo di Luigi Zampa).
Nella tela verbale intessuta da Sordi si ritagliano spazio non trascurabile le poche canzoni che ha scritto, di cui Rossi commenta il gioco fonico, l'infrazione della metrica, il nonsense e un possibile modello petroliniano in due delle più irresistibili: Noneta e Il carcerato. La prima, leggiamola qui sotto, è una sintetica versione del più genuino sordismo linguistico: il vezzeggiativo familiare insieme alla strizzata d'occhio feroce, l'irrisione che calca la mano sull'impossibilità di camminare della nonna. Quasi un miracolo, la paralitica si concederà al ritmo sgambettando insieme al nipote. Il finale è degno di Nando Moriconi: una moriconata in inglese. "Noneta, noneta/ Ritmo, ritmo/ O nonetina, nonetina mia, tu sei tanto stanca non puoi caminar/ Ma ritmar, ritmar con me potrai./ O nonetina, nonetina mia/ Tu sei paralitica/ Ma ritmar con me vorrai/ O nonetina, nonetina, nonetina miaa.../ Yes".


2014-07-19 18:44
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