.RU
Карта сайта

Fedeli lettori e pazzi scatenati - старонка 7


7



Nella fredda oscurità che lo avvolgeva, Rodrigo aveva riposato con difficoltà. Adesso udiva un rumore all'e­sterno, nel corridoio. Si costrinse a riaprire gli occhi, per prepararsi al pericolo. Sollevò la sua arma e pun­tellò il braccio sulla scrivania, ma si rese conto di non avere la forza necessaria per tenerla alzata.

"Ucciderò chiunque osi venire a rompermi i coglio­ni" pensò, più per abitudine che altro, felice di poter avere un'arma anche se si considerava già un uomo morto. Una guardia-zombie era caduta giù dalle scale e aveva strisciato verso le celle poco dopo che la ragaz­za se n'era andata, ma Rodrigo l'aveva uccisa con un calcio alla testa e le aveva sottratto l'arma, ancora cu­stodita nella fondina assicurata al fianco maciullato.

Attese, desiderando solo di poter tornare a dormire e sforzandosi di stare allerta. La pistola gli aveva infu­so coraggio, spazzando via gran parte della paura. Sa­rebbe morto presto, era inevitabile... ma non voleva di­ventare uno di loro, in nessun caso. Il suicidio nella sua religione era considerato un peccato terribile, ma lui non sapeva se sarebbe stato in grado di far secco un portatore di virus che si avvicinava; e si sarebbe man­giato un proiettile piuttosto che lasciarsi toccare da uno di quei mostri.

Passi. Qualcuno stava entrando nella stanza, troppo velocemente. Uno zombie? I sensi non funzionavano correttamente, non poteva stabilire con esattezza se le cose si muovevano veloci o lente, ma sapeva che presto avrebbe dovuto tirare il suo colpo, o ne avrebbe persa l'opportunità.

Improvvisamente una luce, fioca ma penetrante... ed eccola là, di fronte a lui come in un sogno. La ragaz­za, la Redfield, viva, con un accendino tra le mani. La­sciò che la fiamma avvampasse poi lo posò sulla scri­vania come una minuscola lanterna.

"Cosa ci fa qui?" borbottò Rodrigo, ma la ragazza stava già frugando dentro una giberna che teneva al­lacciata al fianco. Senza guardarlo. Rodrigo lasciò ca­dere la pesante pistola dalle dita, chiudendo gli occhi per un istante o forse ancor di meno. Quando li riaprì, la ragazza era protesa sul suo braccio con una siringa in mano.

— È il liquido emostatico — spiegò, le mani e la voce gentili, la puntura dell'ago rapida e appena percettibile. — Non ti preoccupare, non c'è pericolo di overdose o ro­ba del genere, qualcuno ha scritto il dosaggio sul retro della bottiglietta. Dice che questa medicina rallenterà ogni emorragia interna, così potrai sopravvivere sino all'arrivo degli aiuti. Ti lascerò qui l'accendino... è quello che mi ha regalato mio fratello. Porta fortuna.

Mentre la ragazza parlava, Rodrigo si sforzò di de­starsi completamente e di scrollarsi di dosso l'intorpi­dimento che l'aveva invaso e rischiava di sopraffarlo. Le parole della ragazza non avevano senso, lui l'aveva lasciata scappare e quindi lei se n'era andata. Perché avrebbe dovuto tornare ad aiutarlo?

"Perché l'ho liberata." Comprendere tale verità lo commosse, riempiendolo di confusi sentimenti di ver­gogna e gratitudine.

— Io... sei molto gentile — sussurrò, desiderando poter fare qualcosa per lei in modo da ricompensarla per la compassione dimostrata. Cercò nei suoi ricordi qualche notizia sull'isola. "Forse potrà scappare..."

— La botola a ghigliottina — disse, sbattendo gli oc­chi, mentre la guardava e tentava di parlare senza pro­nunciare le parole in modo troppo confuso. — L'infermeria si trova dietro di essa, la chiave... nella mia tasca... sembra che là dentro ci siano dei... segreti. Lui sa cose, parti del puzzle... sai dov'è la botola a ghigliot­tina?

Claire assentì. — Sì, grazie, Rodrigo, quest'informa­zione mi è di grande aiuto. Adesso riposa, d'accordo?

Allungò un braccio e gli scostò una ciocca di capelli scuri dalla fronte, un gesto semplice, ma così dolce e affettuoso, che a lui venne voglia di piangere.

— Riposa — gli raccomandò nuovamente e Rodrigo chiuse gli occhi, più calmo, in pace con se stesso come mai si era sentito durante la sua esistenza. Il suo ulti­mo pensiero prima di perdere i sensi fu che se lei pote­va perdonarlo per tutto ciò che aveva fatto, mostrando­gli una pietà che lui non aveva meritato, forse non sarebbe andato all'inferno, dopotutto.

Rodrigo aveva ragione riguardo ai segreti. Claire si trovava ora all'estremità del corridoio nascosto nel sot­terraneo, cercando di farsi coraggio prima di aprire la porta senza contrassegni che aveva davanti.

L'infermeria in se stessa era piccola e sgradevole, non certo quello che ci si sarebbe aspettati per una se­zione clinica dell'Umbrella... in verità non c'erano in giro apparecchiature mediche e il tutto sembrava al­quanto antiquato. C'era solo un tavolo da esami nella sala principale, sistemato su un pavimento scheggiato macchiato di sangue; poco distante si trovava un vas­soio sul quale era posata una serie di strumenti chirur­gici dall'aspetto medioevale. La stanza adiacente era bruciata a un punto tale da togliere ogni possibilità di riconoscerne la funzione; Claire non ne era assoluta­mente in grado, ma le sembrava un incrocio tra uno sgabuzzino e un forno crematorio. Ne aveva anche l'o­dore, comunque.

Subito dopo la prima sala, c'era un piccolo ufficio ingombro di materiali, di fronte al quale era disteso un unico cadavere, un uomo con il camice da laboratorio macchiato e uno sguardo carico di orrore sul viso stretto e cinereo. Non sembrava essere stato contaminato, e poiché non v'erano portatori del virus nella stanza e sul suo corpo non si notavano ferite evidenti, Claire immaginò che avesse avuto un attacco di cuore. O qualcosa del genere. L'espressione contrita sui linea­menti affilati, gli occhi sbarrati e sporgenti, la bocca spalancata, suggerivano che fosse morto di paura.

Con estrema cautela Claire lo superò e, quasi per ca­so, scoprì il primo segreto dell'infermeria nel piccolo ufficio. Lo stivale aveva urtato qualcosa mentre proce­deva, un frammento di marmo o una pietra rotolata sul pavimento... che alla fine si dimostrò la più inusua­le delle chiavi. Era un occhio di vetro, che apparteneva alla grottesca faccia di plastica della statua anatomica dell'ufficio, appoggiata in equilibrio instabile contro un angolo.

Riflettendo sulle parole di Steve riguardo al fatto che nessuno era mai tornato dall'infermeria e conside­rando ciò che già sapeva sul genere di follia di cui l'Umbrella sembrava circondarsi, Claire non fu sorpre­sa di trovare un passaggio nascosto dietro la parete dell'ufficio. Quando la ragazza ripose l'occhio di vetro al suo posto, apparve una serie di scalini di pietra con­sunta, un altro fatto che non riuscì a sorprenderla del tutto. Era un segreto, un trucco, e l'Umbrella era tutta fatta di trucchi e segreti.

"Perciò apri la porta. Vai avanti."

Giusto. Non poteva stare là tutto il giorno. Non vole­va neppure lasciare solo Steve per troppo tempo. Era preoccupata per il ragazzo. Era stato costretto a ucci­dere suo padre e non riusciva a immaginare il danno psicologico che una cosa del genere avrebbe inflitto a una persona.

Claire scosse il capo, irritata per essersi lasciata di­strarre da quei pensieri. Non importava se si trovava in un luogo spoglio e spaventoso dove, a quanto pareva, era morta un sacco di gente, un ambiente dove poteva cogliere l'atmosfera di tenore avvolgente, emanata dal­le pareti fredde, che cercava di avvilupparla come in un sudario.

"Non ha importanza" si ripeté e aprì la porta.

Immediatamente tre barcollanti portatori di virus si mossero nella sua direzione, impedendole di distingue­re i dettagli della grande sala in cui erano rimasti in­trappolati. Tutti e tre erano malamente sfigurati, aveva­no perso alcuni arti e lunghe irregolari strisce di pelle sotto le quali si vedeva la carne in putrefazione. Si muo­vevano con lentezza, trascinandosi dolorosamente ver­so di lei, e la ragazza notò che sulla carne esposta c'era­no altre cicatrici. Nel momento in cui prese di mira il primo, il nodo di terrore che le bloccava lo stomaco si espanse, provocandole un profondo malessere.

Almeno, finì tutto in fretta... Ma il terribile sospetto che le era cresciuto in testa, e che aveva sperato potes­se rivelarsi falso, fu confermato da una singola occhia­ta accurata all'ambiente che la circondava.

"Oh, Gesù."

La stanza era stranamente elegante, illuminata da una luce soffusa proveniente da un candeliere appeso al soffitto. Il pavimento era piastrellato, con una passatoia costituita da un tappeto finemente ricamato che porta­va dalla porta sino a una sorta di salottino all'estremità opposta della camera. Là si trovavano una poltrona im­bottita di velluto e un tavolino di ciliegio. La poltrona era rivolta in modo che chi vi fosse seduto potesse vede­re l'intera stanza. Era peggio di quanto lei avesse imma­ginato, persino peggio del labirinto sotterraneo del ca­po Irons, nascosto sotto le strade di Raccoon.

C'erano due pozzi costruiti su misura per l'acqua. Nella ringhiera che circondava il primo era inserita una gogna mentre al corrimano dell'altra era sospesa una gabbia. Alle pareti erano fissate delle catene, alcune del­le quali mostravano delle manette consunte, altre dei collari di cuoio... e altre ancora avevano degli uncini al­le estremità. C'erano poi alcuni attrezzi più elaborati che Claire non osò neppure guardare da vicino, dotati di meccanismi di qualche tipo e spuntoni metallici.

Ricacciando in gola la bile, Claire focalizzò la sua attenzione sull'area riservata alla poltrona. L'eleganza stessa dell'arredamento della stanza in qualche modo rendeva ancor più agghiacciante la situazione, aggiun­gendo un tocco di egocentrismo all'evidente psicosi del suo creatore. Come se questi non solo godesse a tortu­rare le persone, ma volesse osservare tali sofferenze circondato dal lusso, atteggiandosi da aristocratico.

Vide un libro sul tavolino e si avvicinò per racco­glierlo, mantenendo lo sguardo fisso davanti a sé. Zombie creati dal virus, mostri e morti inutili erano fe­nomeni orribili, tragici, spaventosi o tutte quelle le co­se messe assieme... ma il genere di follia rappresentata dalle catene e dagli strumenti intorno a lei la scuoteva­no sin nell'anima, perché la spingevano ad abbandona­re ogni fiducia nell'umanità.

Il libro, in verità, era un diario, rivestito in pelle, con pagine di carta spessa di qualità molto fine. Sul fronte­spizio era scritto che apparteneva al dottor Enoch Stoker e non vi erano titoli o altre iscrizioni di nessun genere.

"Lui conosce delle cose, frammenti del puzzle.

Claire non avrebbe voluto toccare quella cosa e tantomeno leggerla, ma Rodrigo sembrava pensare che po­tesse esserle d'aiuto. Ne sfogliò qualche pagina, non vide nessuna data segnata e cominciò a scorrere la scrittura minuta e contorta alla ricerca di un nome o di una paro­la che le suonasse familiare, qualcosa che riguardasse il puzzle magari. Là, c'era un'annotazione che faceva più volte riferimento ad Alfred Ashford. La ragazza trasse un profondo respiro e proseguì nella lettura.

Finalmente oggi abbiamo parlato dettagliatamente delle mie preferenze e delle cose che mi danno piace­re. Il signor Ashford non mi ha rivelato le sue inclina­zioni, ma si è dimostrato molto incoraggiante con me, come sempre dal mio arrivo sull'isola sei settimane fa. Era stato informato fin dall'inizio del fatto che le mie necessità erano poco convenzionali, ma ora sa tutto, anche i dettagli. Da principio era un po' a disagio, ma il signor Ashford - Alfred, ha insistito che lo chiami Alfred - si è dimostrato un pubblico ansioso di ascoltare. Mi ha rivelato che sia lui che la sorella sostengo­no vigorosamente la necessità di spingere la ricerca ai limiti estremi. Mi ha detto di considerarli degli spiriti affini, e che qui io sono libero.

È stata una strana esperienza esprimere ad alta vo­ce sensazioni, sentimenti e pensieri che non avevo mai condiviso con nessuno. Gli ho narrato come tutto ciò ha avuto inizio, quando ero ancora un bambino. Gli ho raccontato degli animali sui quali avevo comin­ciato a condurre alcuni esperimenti che, in seguito, avrei poi fatto anche su altri bambini. Allora non sa­pevo di essere capace di uccidere, ma ero cosciente che la vista del sangue mi eccitava, che causare dolore riempiva uno spazio vuoto e solitario dentro di me con profonde sensazioni di potere e di controllo.

Penso che capisca l'importanza delle urla, di quanto siano fondamentali per me e...

"Basta." Non era quello che stava cercando, e legge­re quelle farneticazioni le faceva venire voglia di vomi­tare. Girò alcune pagine e trovò un'altra annotazione su Alfred e sua sorella che scorse alla ricerca di notizie sulla loro residenza privata... poi tornò indietro corru­gando la fronte.

Alfred, oggi, ha assistito a una delle mie autopsie, e in seguito mi ha detto che Alexia ha chiesto di me, che voleva sapere se avevo tutto ciò che mi serviva. Alfred adora Alexia e non permette a nessuno di av­vicinarla. Non gli ho ancora chiesto di incontrarla, e non ho in mente di farlo. Alfred vuole che la loro di­mora rimanga privata, e che la sorella sia tutta per lui. Si tratta di un rifugio costruito dietro la loro re­sidenza comune, mi ha rivelato, e i più non sanno neppure che esista. Alfred mi svela cose che nessun altro sa. Penso che mi apprezzi per il fatto che predi­ligo i suoi stessi interessi.

Mi ha detto che Rockfort Island è dotata di molti po­sti per accedere ai quali è necessario possedere delle strane chiavi simili all'occhio che mi ha dato; alcune di esse sono nuove, altre molto antiche. Edward Ashlord, il nonno di Alfred, a quanto pare era osses­sionato dalla segretezza, un'ossessione condivisa con l'altro fondatore dell'Umbrella, secondo Alfred. Mi ha rivelato che lui e Alexia sono le uniche perso­ne ancora in vita a conoscere tutti i nascondigli se­greti di Rockfort. Alfred possiede un set completo di chiavi fabbricato appositamente per loro quando prese il posto di suo padre. Ha scherzato dicendo che era opportuno averne una doppia copia nel caso si fosse chiuso per errore fuori dai nascondigli, e ha riso. Ha detto che Alexia lo avrebbe sempre lasciato entrare comunque.

Credo che i gemelli abbiano spesso un rapporto più stretto di quello esistente fra normali fratelli... e che, in senso figurato, se si ferisce uno, l'altro sangui­nerà. Mi piacerebbe realmente sperimentare tale teoria in maniera più letterale, a proposito dei livelli di dolore. Ho scoperto che riempiendo una ferita re­cente con frammenti di vetro e ricucendola si ottie­ne un...

Sconvolta, Claire gettò via il libro e si asciugò le ma­ni sui jeans, convinta di aver appreso informazioni suf­ficienti per poter procedere. Sperò con tutta sincerità che il cadavere al piano di sopra appartenesse al dottor Stoker, che il suo cuore oscuro lo avesse tradito e che il pensiero di essere diretto all'inferno gli avesse gelato il viso in una maschera di terrore. Improvvisamente si rese conto che non ne poteva più di quell'atmosfera, che, se fosse rimasta nell'infermeria per un minuto an­cora, avrebbe davvero vomitato. Si voltò e raggiunse rapidamente la porta, prendendo a correre quando ar­rivò alle scale. Salì i gradini a due alla volta. Attraversò rapidamente la sala al piano di sopra, senza guardare il corpo ed evitando qualsiasi pensiero che non riguar­dasse la necessità di lasciare quel luogo.

Quando raggiunse il sentiero esterno che conduceva sino alla porta a ghigliottina, si accasciò contro una parete e respirò lunghe boccate d'aria, concentrandosi sulla necessità di non rimettere. Ci vollero un paio di minuti prima che il suo stomaco si riprendesse.

Quando si sentì pronta, Claire inserì un caricatore nuovo nella semiautomatica e tornò verso l'edificio di addestramento. Si rese conto di aver perso la seconda arma che Steve le aveva dato da qualche parte tra la camera di tortura e l'ingresso principale, ma niente avrebbe potuto persuaderla a rimettere anche un solo piede là dentro. Sarebbe andata a prendere Steve, in­sieme avrebbero trovato quelle dannate chiavi, e poi sarebbero fuggiti di corsa dal manicomio che l'Umbrella aveva costruito a Rockfort Island.

Steve pianse per un poco, dondolandosi avanti e in­dietro, vagamente consapevole di avere appena fatto una Cosa Molto Brutta... Nella sua esperienza c'erano sempre state piccole stronzate, grandi stronzate e poi le Cose Molto Brutte con la maiuscola. Si trattava di cose che cambiavano per sempre la vita di una persona, e questa era proprio una di quelle. Era stato costretto a uccidere suo padre. E adesso entrambi i suoi genitori, che per lui avevano contato moltissimo, erano morti. Perciò al mondo non c'era più nessuno che gli volesse bene, e quel pensiero che continuava a ripetersi lo co­stringeva a piangere dondolandosi avanti e indietro.

Fu la presenza delle Luger che, alla fine, lo sottrasse al suo personale inferno emotivo, e lo costrinse a ricor­dare dov'era e cosa stava succedendo. Si sentiva anco­ra in una condizione orribile, pieno di dolore dentro e fuori, ma cominciò a sintonizzarsi sull'ambiente circo­stante e sentì la mancanza di Claire. Inoltre avvertiva prepotente il bisogno di bere un bicchier d'acqua.

Le Luger. Steve si massaggiò gli occhi gonfi e trasse entrambe le pistole dalla cintura, osservandole. Era una cosa stupida e priva d'importanza... un particolare che risiedeva in un angolo della mente. Infine tuttavia ricordò che il momento in cui aveva preso la coppia di pistole dalla parete era stato l'attimo in cui il calore era iniziato. Una trappola. Per quanto poteva immaginare, l'unico motivo di una simile trappola poteva essere quello di impedire che qualcuno prendesse le armi.

"Il che significa che forse servono a qualcos'altro ol­tre che a sparare." Già, erano placcate d'oro, avevano un aspetto fico e probabilmente erano molto costose, ma agli Ashford ovviamente non interessavano i soldi... e se le armi avevano qualche sorta di valore sentimentale, perché erano state usate come parte di una trappola?

Decise di tornare sui suoi passi e dare un'occhiata più attenta alla parete dove le aveva trovate, per vedere se, rimettendole a posto, succedeva qualcos'altro. Per andare e tornare dalla casa padronale non ci avrebbe messo più di cinque minuti. Se fosse arrivata per pri­ma, Claire lo avrebbe aspettato.

"E se rimango qui, continuo semplicemente a pian­gere." Voleva fare qualcosa, in realtà ne aveva bisogno.

Steve si alzò in piedi, scosso, e provò una sensazione di vuoto mentre spazzava via la polvere dai pantaloni. Nonostante un enorme sforzo di volontà, il suo sguar­do si fissò sul luogo dov'era morto suo padre. Provò un'ondata di sollievo quando si accorse che Claire l'a­veva coperto con un telo. Era una ragazza in gamba... anche se, per qualche ragione, provava improvvisa­mente una strana sensazione di disagio nei suoi con­fronti, per il fatto di averle raccontato i suoi problemi. Non era certo di come si sentiva al riguardo.

Uscì dalla stanza e fu vagamente sorpreso di scopri­re che non si trovava nel cortile principale dell'edificio destinato all'addestramento. Inoltre con grande stupo­re vide che nel piccolo spiazzo cinto da alte mura in cui era entrato c'era quello che sembrava un carro ar­mato Sherman della Seconda guerra mondiale. Era gi­gantesco, con i cingoli coperti di fango, e dotato di una torretta semovente armata con un pesante cannone, insomma un vero carro armato da guerra.

In precedenza forse la cosa lo avrebbe interessato, o almeno lo avrebbe fortemente sorpreso - non c'era assolutamente ragione per cui un carro armato avrebbe dovuto trovarsi a Rockfort Island - ma ormai tutto quello che desiderava era controllare la trappola delle Luger, per vedere se poteva contribuire in qualche mo­do alla loro fuga dall'isola. Si sentiva un po' a disagio all'idea che Claire si fosse dovuta arrangiare da sola a interrogare l'uomo dell'Umbrella ferito, anche se dopo­tutto era stata un'idea sua.

Dall'altro lato del carro armato c'era una porta che si apriva veramente sul cortile principale. Almeno, il suo senso delle direzioni non era totalmente sballato. Sembrava più buio di prima. Steve alzò lo sguardo e vide che il cielo si era nuovamente rannuvolato e la lu­na e le stelle erano quasi del tutto oscurate. Aveva rag­giunto all'incirca la metà del cortile quando udì un tuono, tanto potente che il terreno sembrò tremare sot­to i suoi piedi. Quando arrivò all'estremità opposta, aveva nuovamente cominciato a piovere.

Steve accelerò il passo, tenendosi sulla destra per raggiungere l'uscita, poi si diresse di corsa verso la vil­la. La pioggia era fitta e gelida ma il giovane l'accolse con piacere, aprì la bocca e volse il viso al cielo, per­mettendo all'acqua di scorrere su di lui. In pochi attimi era zuppo.

— Steve! "Claire!"

Nel vederla sentì lo stomaco contrarsi. La ragazza lo raggiunse fuori dalla porta del giardino con un'espres­sione preoccupata.

— Stai bene? — gli chiese, scrutandolo incerta men­tre sbatteva gli occhi per liberarli dall'acqua.

Steve avrebbe voluto dirle che andava tutto alla grande, che si era lasciato il peggio alle spalle ed era pronto a fare polpette degli zombie, ma quando aprì la bocca non emerse nulla di tutto ciò.

— Non lo so, credo di sì — disse invece con since­rità. Riuscì a fare un mezzo sorriso, non volendo preoccuparla troppo, tuttavia non desiderava raccon­tarle altri particolari di sé.

Claire sembrò comprendere, e cambiò rapidamente argomento. — Ho scoperto che i gemelli Ashford han­no una residenza privata dietro la villa principale — disse. — Non ne sono sicura al cento per cento, ma le chiavi che cerchiamo potrebbero essere là. Penso che ci siano buone possibilità.

— Hai scoperto tutto questo attraverso... uhm... Rodrigo? — chiese Steve dubbioso. Era difficile credere che un impiegato dell'Umbrella avrebbe dato tali infor­mazioni al nemico.

Claire esitò, poi assentì. — In maniera indiretta — disse, e improvvisamente Steve ebbe l'impressione che ci fosse qualcosa di cui lei non voleva parlare. Tuttavia non la forzò. Avrebbe aspettato che Claire glielo dices­se spontaneamente.

— Il problema è riuscire a entrare nella casa — pro­seguì lei. — Sono sicura che il passaggio è chiuso sal­damente. Pensavo che potremmo frugare ancora un po', per vedere se riusciamo a trovare un percorso...

Claire si scostò le ciocche gocciolanti dagli occhi e sorrise. — ... e magari potremmo toglierci da sotto la pioggia prima di bagnarci completamente.

Steve ne convenne. Attraversarono l'ingresso che immetteva nei giardini ben curati, superando alcuni cadaveri. Il ragazzo la mise al corrente dell'intuizione che aveva avuto riguardo alle Luger e Claire si dichiarò assolutamente d'accordo a seguire quell'idea... tuttavia osservò, dal momento che erano gli Ashford a domina­re l'isola, i bei puzzle dell'Umbrella non avrebbero do­vuto necessariamente essere logici.

Si fermarono di fronte alla porta principale per ri­mediare alla meglio ai vestiti bagnati, ma ne risultò che c'era poco da fare. Erano entrambi fradici, benché facessero il possibile per strizzare gli abiti che indossa­vano. Fortunatamente, i piedi erano rimasti asciutti, cercare di muoversi con gli stivali umidi sarebbe stata una vera pena.

Armi in pugno, Steve aprì la porta. Rabbrividendo entrarono nella villa...

... e udirono una

porta chiudersi, al piano superiore, sulla destra.

— Alfred — disse Steve tenendo basso il tono di voce — ci scommetterei. Che ne dici se gli aprissimo qual­che buco nuovo nel culo?

Fece per dirigersi verso le scale. Quel pazzo doveva morire per un numero di ragioni superiore a quelle che Steve potesse enumerare.

Claire lo raggiunse ponendogli una mano sulla spal­la. — Ascolta, alcune delle cose che ho trovato nella prigione... non si tratta solo di un individuo gravemen­te disturbato: è completamente pazzo. Una specie di serial killer.

— Sì, ho capito — disse Steve. — Tutte buone ragio­ni per eliminarlo al più presto.

— Solo... stiamo un po' più attenti, eh?

Claire sembrava preoccupata, e Steve tornò a sentir­si protettivo nei suoi confronti, tutto d'un tratto.

"Oh, sì, lo abbatterò" pensò cupamente, e a Claire ri­spose con un cenno del capo. — Puoi contarci.

Salirono rapidamente le scale, fermandosi fuori dal­la porta che avevano sentito chiudersi. Steve avanzò davanti a Claire che inarcò un sopracciglio ma non dis­se nulla.

— Al tre — sussurrò il ragazzo, abbassando molto lentamente la maniglia, sollevato di trovare la porta aperta. — Uno... due... tre!

Aprì il battente con una spallata violenta, e irruppe nella stanza coprendola con la mitragliatrice, pronto a sparare alla prima cosa che si fosse mossa... ma non accadde nulla. La camera, un ufficio soffusamente illu­minato stipato di librerie, era vuoto.

Claire era entrata a sua volta, volgendosi verso sini­stra, e aveva superato un divano e un tavolino da caffè verso la parete nord. Contrariato, Steve la seguì, aspet­tandosi di trovare un'altra porta che conduceva a un secondo corridoio, veramente seccato di dover proce­dere in quel labirinto...

Si fermò a guardare, esattamente la stessa cosa che stava facendo Claire. A forse tre metri di distanza c'era una parete, un vicolo cieco alla quale era appesa una lastra con due spazi vuoti ad altezza d'uomo, dai con­torni simili alle sagome delle Luger.

Steve provò un flusso di adrenalina nelle vene, una sensazione di trionfo. Non aveva nessuna ragione logi­ca per immaginare che avessero appena trovato una strada d'accesso alla residenza privata degli Ashford, ma ne era comunque convinto. E, a quanto pareva, an­che Claire.

— Penso che ci siamo — disse lei a mezza voce, — ci scommetterei.
2014-07-19 18:44
  • Контрольная работа
  • Контрольная работа
  • Контрольная работа
  • Контрольная работа
  • Контрольная работа
  • Контрольная работа
  • Контрольная работа
  • Контрольная работа
  • Контрольная работа
  • Контрольная работа
  • Контрольная работа
  • Контрольная работа
  • Контрольная работа
  • Контрольная работа
  • Контрольная работа
  • Контрольная работа
  • Контрольная работа
  • Контрольная работа
  • Контрольная работа
  • Контрольная работа
  • Контрольная работа
  • Контрольная работа
  • Контрольная работа
  • Контрольная работа
  • Контрольная работа
  • © sanaalar.ru
    Образовательные документы для студентов.