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Re enrico VI seconda parte - старонка 20

“… have cost a mass of public treasury”, “… sono costate una massa di pubblico tesoro”; l’endecasillabo “… son costati all’erario monti d’oro” è tratto di peso dalla traduzione del Lodovici.

37() “… would make thee quickly hop without the head”, “… farebbe subito di te un busto senza testa”.

38() Cioè non è uomo, è ancora bambino. Allusione al re.

39() In mancanza di apposita didascalia nel testo, gioverà intendere che questa battuta sia detta dal Buckingham al Cardinale da parte, in modo che gli altri non sentano.

40() Questa scena è visibilmente una concessione del giovane drammaturgo Shakespeare al gusto del pubblico dell’epoca per tutto quanto fosse magia, stregoneria, e insomma, dominio del soprannaturale. Le pratiche che andavano sotto il termine di “magia” (“magic”) e che comprendevano astrologia, alchimia, cabala, demonologia e altri esercizi esoterici, sebbene vietate dalle leggi, erano di gran voga presso il pubblico, non solo quello basso ma anche quello nobile; e il teatro, specchio del gusto popolare, doveva per forza appropriarsene. Era sorta così la figura del mago da palcoscenico, quale si vede, nella sua apparenza stereotipa, nel famoso ritratto di John Dee, l’astrologo ufficiale della regina Elisabetta (anch’ella, come si vede, soggetta alle superstizioni dell’epoca), coi suoi attributi essenziali esterni del libro magico, della bacchetta, del cappello a cono, del mantello stellato e altri parafernalia d’occasione: quasi un proto della letteratura teatrale, dell’illusionista del “Frankenstein Tale” di Chaucer, all’arcimago della “Feerie Queen” di Spenser, all’“Alchimista” di Ben Jonson, al “Dottor Faust” di Christopher Marlowe.

A questa esigenza risponde questa scena e l’intera vicenda di Eleonora Cobhan, moglie del Duca di Gloucester, accusata e condannata per stregoneria, vicenda che non ha rispondenza storica e, palesemente, scarso addentellato con il dramma, se non che per accentuare la consumazione della tragedia del buon Duca di Gloucester.

Shakespeare, da grande poeta, trasformerà poi questo materiale quando si tratterà di creare la figura di Prospero nella “Tempesta di mare”: anch’esso mago, con tutti gli attributi esterni, ma internamente rinnovellato e rimodellato a dominatore dell’universale e a “grande servitore del suo tempo”.

41() Il Duca che “deporrà Enrico” è Riccardo di York, padre di colui che sarà Riccardo III (v. anche la nota 20). Morirà ucciso nella battaglia di Wakefield, combattuta tra gli yorkisti e l’esercito regio, comandato personalmente dalla regina Margherita.

42() È l’ambiguo messaggio dato dall’oracolo al re Pirro, che può essere interpretato nei due sensi opposti: “Dico che potrai vincere i Romani” e “Dico che te, Eacide, i Romani possano vincere”. Eàcide, perché Pirro era discendente da Eaco, come lo erano Peleo e Achille. Altri testi hanno Alcida per Ercole; ma l’oracolo, secondo le istorie, fu di Pirro.

43() Latino per “Tante e sì grandi sono le ire che albergano negli animi celestiali?”

44() È la nota massima latina: “Medico, bada a curare te stesso”, che il Cardinale applica al Protettore (“Protettore, bada a proteggere te stesso”). Shakespeare, a quanto pare, la sa ad orecchio, perché tralascia il verbo “cura” che è essenziale alla comprensione del latino; ma si sa che il Nostro (come ci lascia detto il suo amico Jonson) “sapeva poco di latino e greco”.

45() Questa scena - come la precedente del contrasto/sfida fra l’armaiolo Horner e il suo garzone Pietro - è un altro passaggio dallo storico all’aneddotico. Shakespeare rielabora qui ed adatta ai suoi scopi drammaturgici, un aneddoto tratto dal “Libro dei martiri” (“Acts and Monuments of Martyrs”) di John Foxe (1516-87), nel quale il celebre martirologista protestante racconta le vite dei martiri della religione riformata. Shakespeare, come al solito, non prende posizione sull’aspetto religioso dell’episodio, si limita a raccontarlo. Ma nello stesso stile del racconto e nelle movenze dei personaggi si scorge, sotto sotto, il suo sorriso ironico riguardo alla “santità” di Re Enrico, che gli preme di mettere in luce, e alla credulità popolare che poteva permettere, come sempre ha permesso, il verificarsi di certe imposture.

46() Simpcox qui di colori ne ha nominati solo due; ma in alcuni testi, verosimilmente interpolati, come quello dell’“Oxford Shakespeare” di S. Wells e G. Taylor, cit., ci sono anche il verde e il “giallo come l’oro”.

47() La frusta era un arnese comune ai sagrestani, per scacciare i cani dalle chiese.

48() “O God, seest Thou this, and bearest so long?”, letteralm.: “O Dio, Tu vedi questo, e lo sopporti tanto a lungo?”.

49() “It made me laugh to see the vilain run”, letteralm.: “Mi ha fatto ridere vedere il villano che fuggiva”.

50() “I banish her my bed and company”: è la formula del divorzio (“repudium”) romano; la si ritrova nel “Sogno di una notte di mezza estate”, II, 1, 62: “I have forsworn his bed and company”.

51() Secondo la genealogia ufficiale dei Plantageneti, quale appare nella “Enciclopedia Britannica”, Edoardo II ha avuto cinque figli, non sette; Guglielmo di Hatfield e Guglielmo di Windsor non vi figurano. Sono verosimilmente due figli naturali. Del primo non si ha traccia nella storia della famiglia Tudor; di un Guglielmo Windsor, morto nel 1384, si sa che è stato primo barone della sua casa, governatore d’Irlanda, e che aveva sposato, nel 1372, Alice Perrers, l’amante di Edoardo III.

52() La “regina” è la giovanissima Isabella, figlia di Carlo VI, re di Francia, che Riccardo II - ventinovenne e già vedovo di Anna di Boemia, ricordata come “la buona regina Anna”, morta nel maggio 1394 - aveva sposato che non aveva più di otto anni (27 ottobre 1396): un matrimonio combinato solo per permettere tra Francia e Inghilterra la firma di un patto di tregua venticinquennale.

53() Questo Glendower, che avrà una parte cospicua nell’“Enrico IV”, aveva capeggiato la rivolta dei gallesi contro Enrico IV, nel 1400.

54() Warwick s’era acquistata la fama di “kingmaker”, “fattore di re”; e qui Shakespeare sembra volerla riecheggiare, mettendogli in bocca questa frase.

55() Smithfield era la grande piazza di Londra dove si teneva il mercato delle carni, e al tempo dei Tudor, luogo delle pubbliche esecuzioni.

56() Si adotta la lezione “to the grave” dell’“Oxford Shakespeare”, cit., in luogo di quella ”to the ground” (“fino a terra”) dell’Alexander.

57() “Give up thy staff”: “staff” è il bastone simbolo della sovranità regale, che Gloucester impugna quale Protettore del re. Un bastone, ma non d’avorio come il re, bensì di legno, portavano anche alti dignitari della corona come segno del loro rango.

58() “Thump”, che significa “batter”, “picchiare”, “bussare”: è uno dei nomi caratterizzanti che Shakespeare si compiace di affibbiare ai suoi personaggi minori. Qui gli serviva questo, per imbastirci un gioco di parole. Anche il nome dell’armaiolo, Horner, significa “uno che arrota”, che per un armaiolo è quanto calza.

59() “I summon your Grace to His Majesty’s Parliament”: al tempo dei re Plantageneti era chiamato “parliament” una specie di conferenza o consiglio privato del re in cui si dovessero trattare affari di generale importanza. Gloucester, come zio del re ed ex Protettore del regno, ne doveva far parte di diritto, e avrebbe dovuto essere consultato prima che fosse stabilito l’ordine dei lavori e la data.

60() Bury (o “Saint Edmundsbury”, “Bury Sant’Edmondo”) antica città del Suffolk, sede di una famosa abbazia normanna, dove Re Giovanni sottoscrisse coi baroni quella che poi divenne la “Magna Charta”.

61() V. la nota 59, sopra.

62() Il testo ha semplicemente “Let not her penance exceed…”: “procurate che la sua penitenza non ecceda (il mandato del re)”.

63() “Tis thought… that you took bribes from France”: York aggiunge una nuova accusa: “Si ritiene che vi siete lasciato corrompere (avete preso mance) dal re di Francia”

64() “Be brought against me at my trial-day”: “trial-day” non è, come molti intendono, “il giorno del Giudizio (Universale)”, che non avrebbe senso, tale senso mai avendo avuto il termine “trial”, che è solo e semplicemente “giudizio con prove di colpevolezza”.

65() Enrico è scontento di se stesso, perché sente di essere stato impotente a proteggere Gloucester, pur essendo convinto della sua innocenza. La sua anima pia si ritorce su se stessa in empito di rassegnata, quanto disperata amarezza. È forse il monologo più poetico e più pregnante di tutto il dramma.

66() Testo: “Beguiles him as the mournful crocodile / With sorrow snakes snares relenting passengers”, letteralm.: “Lo inganna come il lacrimoso coccodrillo con il suo dolore fa cadere in trappola i pietosi viandanti”.

67() “… To make the fox surveyor of the fold”: in realtà la volpe (“fox”) non si ciba di pecore, ma di galline (e “fold” è il recinto che racchiude il gregge). Ma così è nel testo. Altri ha tradotto, correggendo, “il lupo”, ma poi s’è trovato a dover tradurre altrimenti quell’attributo “crafty murderer” che non è del lupo.

68() “I will be his priest”: cioè sarò pronto a somministrargli il viatico, come farebbe il prete in punto di sua morte.

69() Così erano chiamati i fantaccini dell’esercito irlandese, reclutati fra le classi più povere (“Wild Irish”). Cfr. anche “Macbeth”, I, 12-13: “… frome the Western Isles / Of kerns…”.

70() Il testo ha semplicemente: “… and temper clay…”, “… e stemperano la creta…”.

71() “… a Kentishman, John Cade of Ashford”: “… uno della Contea del Kent…”; Ashford sta nel Kent, ma, per la verità storica, il John Cade di cui si parla è irlandese.

72() “… under the title of John Mortimer”: Giovanni Mortimer, morto - come York dirà più sotto - giustiziato senza processo dai partigiani di Enrico VII all’inizio del regno di questi, è il nonno di Riccardo York; questi è figlio della figlia di John Mortimer, Anna, andata sposa a Riccardo conte di Cambridge. Della somiglianza fisica del John Cade al defunto John Mortimer non c’è testimonianza storica; si sa però che effettivamente, sotto il nome di John Mortimer, rimasto caro al popolo, il Cade leverà lo stendardo della rivolta, e sotto di esso accorreranno 20.000 uomini del Kent.

73() La didascalia ha: “A room of state” che molti traducono: “Una sala nel palazzo reale”; ma a Bury Sant’Edmuns non c’era un palazzo reale. La scena è ubicata, verosimilmente, nella grande abbazia benedettina di Sant’Edmondo, famosa perché in essa era avvenuto nel 1214 il giuramento dei baroni di ottenere da Re Giovanni la “Magna Charta”.

74() Il basilisco, il mostro favoloso a forma di drago che aveva il potere di distruggere, con lo sguardo fiammeggiante ed il fiato infuocato, ogni creatura vivente che gli stesse di fronte (eccetto il gallo, dal cui uovo covato da un rospo esso era nato).

75() Testo: “What know I how the world may deam of me?”, letteralm.: “Che so io di come il mondo può giudicare di me?”.

76() “The pretty-vaulting sea”: l’immagine del mare che forma con le sue alte ondate delle “belle volte” è associata intenzionalmente, e molto poeticamente, a quella della cripta sotterranea (“vault") che accoglie le sepolture.

77() L’illogicità della morte di questo Gloucester, ucciso da sicari nel suo letto, nello stesso palazzo dove si tiene il suo processo, tradisce una evidente sconnessione della struttura scenica del dramma; essa conforta l’ipotesi che il dramma sia opera collettiva alla quale partecipa uno Shakespeare alle prime armi come attore e come autore drammatico. Gloucester assassinato prima e nello stesso luogo del suo processo è un’invenzione scenica. La verità storica è che egli a Bury S. Edmondo è stato processato e condannato, per morire sotto custodia (ad opera di sicari, non si sa) quattro giorni dopo.

In verità, a Bury S. Edmondo non c’era nessuna dimora dei Duchi di Gloucester, come non c’era palazzo reale (v. la nota 73). Dove dorme dunque il Duca quando i sicari irrompono nella sua camera e l’uccidono? Per rispondere in qualche modo a tale interrogativo alcuni curatori hanno posto la 2a scena nella stanza del Duca e hanno fatto una 3a scena nella sala del processo. Ma non hanno potuto superare l’incongruenza di un Warwick che, mandato dal Re a chiamare il Duca, lo trova morto in una stanza attigua e rientra subito in scena col suo cadavere.

Si dispensi dunque il lettore da certe incertezze, pensando che tutta l’opera drammatica che va sotto il titolo di “Enrico VI”, specialmente nelle parti 2a e 3a che precedono la prima nella stesura, deriva da ricostruzioni mnemoniche di copioni, sottoposte a tagli, adattamenti, interpolazioni, eccetera.

78() Secondo una leggenda popolare del Medioevo, la mandragola, quando veniva estirpata, emetteva attraverso le radici, un lamento quasi umano, che faceva impazzire chi lo udisse (Cfr. anche “Romeo e Giulietta”, IV, 3, 47: “… and shrieks like madrakes’ torn out of the earth”).

79() L’Invidia era uno dei personaggi più frequenti dei “Mistery Palys”, insieme al Vizio, alla Gelosia, alla Virtù, eccetera.

80() Iride, personificazione dell’arcobaleno, è, nella mitologia classica, la messaggera di Era/Giunone che reca i messaggi della dea per tutto il mondo (Cfr. Omero, “Iliade”, III, 158-159: “Scese intanto dal cielo ambasciatrice / Iri…” (trad. V. Monti).

81() “The Downs” era chiamata, ed è ancora, la costa marina al largo della costa orientale del Kent, in mezzo alle Isole Godwin, famoso luogo di approdo delle navi corsare.

82() Questo personaggio non ha alcun riferimento storico: è inventato da Shakespeare.

83() Suffolk con gli altri nobili tornava dalla Francia.

84() 2014-07-19 18:44
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