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Giuseppe Gioacchino Belli - старонка 8


2. Ci nuotano.

3. Al vedere.

4. Piccole.

5. Crescervi. Il "vi" non particella di luogo, ma pronominale. *

Cioè: crescere «per voi», «ai vostri occhi». E' l'uso medio del verbo.

6. Mr. Lagarrigue, proprietario del microscopio che si mostrava a

Piazza di Spagna.

7. Il prezzo d'ingresso era di due paoli. * Due mezze lire, cioè:

un papetto, una lira. Il microscopio venne prima mostrato in un locale

presso l'Albergo di Londra all'angolo di San Sebastianello. Per i

buoni romani fu un avvenimento. L'esposizione annunziata dal «Diario

di Roma» fu aperta l'11 maggio e poi, per il suo grande successo,

trasferita di fronte al Palazzo di Spagna, all'angolo di Piazza

Mignanelli (dove forse lo vide il B.). Bartolomeo Pinelli vi fece un

disegno di una pulce ingrandita, e fra i visitatori fu anche Stendhal,

come P. P. Trompeo ha potuto decifrare da un appunto dello scrittore

francese. (V. «Popolo di Roma» del 14 maggio '40).

8. Scoperto.

102.

LI BBEATI.

Nun è cche nnun ce ssiino Bbeati

Deggni e stradeggni de fa un passo avanti:

Er paradiso sbrullica (1) de frati

Che mmoreno de vojja d'èsse Santi.

Nun è cch'er Papa se li sia scordati,

Come se scorda de li nostri pianti:

Ché anzi, doppo avelli (2) proscessati,

Vor¡a cannonizzalli (3) tutti quanti.

La raggione che ancora li tiè addietro

Ne la grolia sceleste (4), è la gran spesa

De la funzione che cce vò a Ssan Pietro.

Eccolo er gran motivo, poverini:

La miseria. E li Santi de la Cchiesa

Nun ze ponno creà ssenza quadrini.

12 giugno 1834.

1. Brulica.

2. Dopo averli.

3. Vorrebbe canonizzarli.

4. Gloria celeste.

103.

LO STUFAROLO (1) APPUNTATO (2).

A tajjà in linci e squinci (3) fra ccompaggni

Panze-nere (4) par mii (5) cosa sciabbusco (6)?

Viè (7) la sera però ttra er lusch' e 'r brusco (8)

Mentre servo li nobbili a li bbaggni.

Sentirai ll¡ che pparoloni maggni!

Ll¡ tte n'accorgerai come m'infusco (9)

A sfoderà ssentenze e a pparlà ttrusco (10)

Quanno me pò ffruttà bbravi guadaggni!

Senti che rrispostina arimbrunita (11)

Appricai jjer a ssera a un Cardinale

Che ddimannò ssi (12) ll'acqua era pulita.

«Questo, Minenza, è un barzimo illustrale (13),

Che annetterebbe (14) ir pelo in de la vita (15),

Senza fà ttorto a llei, puro (16) a un majale.»

14 giugno 1834.

1. * Lo stufaiolo, il bagnino: da «stufa» che secondo l'antica

accezione, già in Dino Compagni e nel "Decamerone", vale «bagno

caldo». La Roma di Alessandro Sesto e di Leone Decimo era piena di

tali «stufe», formate di solito di tre camere con una caldaia grande

nella camera di mezzo ove l'acqua bolliva e scaldava con tubi la

camera attigua che era perciò caldissima. Nell'altra camera era il

bagno vero e proprio per le abluzioni. A Roma l'Università dè

barbieri e stufaroli era stata eretta nel 1440 e si ha anche notizia

della Confraternita dei SS. Cosma e Damiano dell'Arte dè barbieri e

Stufaroli. Tre strade si chiamavano Via della Stufa.

2. Ben parlante o concettoso. * Che parla appuntato.

3. Sfoggiare in quindi e quinci.

4. Plebei, così detti dalle nere pancie sempre esposte al sole.

5. Pari miei.

6. Ci busco?

7. Vieni.

8. In sull'imbrunire.

9. M'infiammo.

10. "Trusco", quasi "etrusco", per "crusco".

11. Riforbita.

12. Se.

13. Balsamo lustrale.

14. Netterebbe.

15. Sul corpo.

16. Pure.

104.

LI DEBBITI.

Nun zo (1) mmorto: sò (2) stato un anno e mmezzo

Carcerato pe vvia d'un creditore

Che ddoppo avemme limentato (3) un pezzo

M'ha abbandonato con mì gran dolore.

Io a sta vita sce sò (4) ttanto avvezzo,

C'oggni vorta che in grazzia der Ziggnore

Faccio un debbito novo e ariccapezzo

De tornà ddrento, me s'allarga er core.

Che vviggna (5)! maggnà e bbeve (7) alegramente

A ttutta cortesia de chi tt'avanza:

Dorm¡ (8) la notte, e 'r giorno nun fà (9) ggnente:

Stà (9) in tanti amichi a rride (10) in d'una stanza,

O a la ferrata (11) a cojjonà la ggente...

Ah! er debbituccio è una gran bella usanza!

17 giugno 1834.

1. Sono.

2. Sono.

3. Avermi alimentato. Si allude agli alimenti che un creditore è

tenuto a somministrare al suo prigioniero.

4. Ci sono.

5. * Che pacchia!

6. Bere.

7. Dormire.

8. Fare.

9. Stare.

10. Ridere.

11. Inferriata.

105.

LI BBATTESIMI (1) DE L'ANTICAJJE.

Su l'anticajja a Ppiazza Montanara (2)

Ciànno (3) scritto: "Teatro de Marcello" (4).

Bbisoggna avé ppancotto pe ccervello,

Pe dd¡ una bbuggiarata accus¡ rrara.

Dove mai li teatri hanno er modello (5)

A uso d'una panza de callara (6)?

Dove tiengheno (7) mai quele filara (8)

De parchetti de fora (9) com'e cquello?

Pàssino un pò da Palaccorda e Ppasce (10):

Arzino er nas'in zù (11), bbestie da soma:

Studino ll¡, e sse faccino capasce (12),

Quell'era un Culiseo, sori Cardei (13),

Sti cosi tonni (14) com'er culo, a Rroma

Se sò (15) ssempre chiamati Culisei.

22 giugno 1834.

1. "Battesimi" diconsi i nomi ideali od erronei dati a persone o

cose.

2. * La rustica e popolosa piazza, ritrovo di campagnuoli, ora

scomparsa per l'apertura della via del Mare.

3. Ci hanno.

4. Il teatro dedicato da Augusto a Marcello, sugli avanzi del

quale si eresse la casa dè Massimi, passata poi agli Orsini che oggi

vi dimorano.

5. "Modello", per "forma".

6. Caldaia.

7. Tengono.

8. Quelle file. Si avverta che dovunque trovinsi le voci

"quello", "quella" eccetera scritte con una sola "l", si debbono

profferire rapidamente, sdrucciolandovi sopra senza alcuna idea di

potenza accentuale, di modo che formino quasi una sola parola col

vocabolo seguente. Qui, per esempio, dicasi "quelefilàra".

9. Di palchetti di fuori. Le arcate esterne.

10. Due infimi teatri moderni di Roma. * Il Teatro Pallacorda e

il Teatro Pace.

11. Alzino il naso in su.

12. Si facciano capaci, si persuadano.

13. Signori Caldei: stolidi.

14. Questi cosi tondi. "Coso", parola di estesissima

applicazione.

15. Si sono.

106.

LA BBELLEZA.

Che ggran dono de Ddio ch'è la bbellezza!

Sopra de li quadrini hai da tenella (1):

Pe vvia (2) che la ricchezza nun dà cquella,

E cco cquella s'acquista la ricchezza.

Una cchiesa, una vacca, una zitella,

Si (3) è bbrutta nun ze (4) guarda e sse (5) disprezza:

E Ddio stesso, ch'è un pozzo de saviezza,

La madre che ppijjò la vorze (6) bbella.

La bbellezza nun trova porte chiuse:

Tutti je fanno l'occhi dorci; e ttutti

Vedeno er torto in lei doppo le scuse.

Guardàmo li gattini, amico caro.

Li ppiù bbelli s'alleveno: e li bbrutti?

E li poveri bbrutti ar monnezzaro (7).

20 ottobre 1834.

1. Tenerla.

2. Per motivo.

3. Se.

Note 4-5. Si.

6. Volle.

7. Immondezzaio

107.

LA GOLACCIA (1).

Quann'io vedo la ggente de sto monno,

Che ppiù ammucchia tesori e ppiù ss'ingrassa,

Più (2) ha ffame de ricchezze, e vvò una cassa

Compaggna ar mare, che nun abbi fonno,

Dico: oh mmandra de scechi (3), ammassa, ammassa,

Sturba li ggiorni tui, pèrdesce (4) er zonno (5),

Trafica, impiccia: eppoi? Viè ssiggnor Nonno

Cor farcione (6) e tte stronca la matassa (7).

La morte sta anniscosta (8) in ne l'orloggi;

E ggnisuno pò dd¡ (9): ddomani ancora

Sentirò bbatte (10) er mezzoggiorno d'oggi.

Cosa fa er pellegrino poverello

Ne l'intraprenne (11) un viaggio de quarc'ora?

Porta un pezzo de pane, e abbasta quello.

27 ottobre 1834.

1. L'avidità.

nota 2. Che, quanto più ammucchia tesori e s'ingrassa, tanto più

eccetera.

3. Ciechi.

4. Perdici.

5. Il sonno.

6. Col falcione.

7. Tutti i progetti, i disegni eccetera.

8. Nascosta.

9. Nessuno può dire.

10. Battere.

11. Nell'intraprendere.

108.

ER ZOR GIUVANNI DAVIDE (1).

Io sciò (2) a la Valle (3) dù coristi amichi

Che vvonno c'anni fa er zor Dàvide era

Un tenorone da venne in galera (4)

Tutti li galli e li capponi antichi.

Ma ppe cquanto ho ssentito jjer a ssera,

Me pare bben de ggiusto che sse dichi (5)

Ch'è ddiventato un vennitor de fichi

O un chitarrinettaccio de la fiera (6).

Fa er nasino (7), ha un tantin de raganella (8),

Sfiata (9) a ccommido suo, ggnavola (10), stona,

E sporcifica er mastro de cappella (11),

Quanno la vosce nun ze tiè (12) ppiù bbona,

Invesce de cantà la tarantella

Se sta a ccasa e sse disce la corona.

29 ottobre 1834.

1. * Il tenore napoletano Giovanni David, celebre ai tempi del B.

2. Ci ho: ho.

3. Teatro dell'opera buffa.

4. "Vendere in galera": superare. * Cioè: stravincere i propri

avversari fino a venderli schiavi per vogare nelle galere.

5. Si dica.

6. "Fiera" dicesi in Roma ad una esposizione di trastulli

fanciulleschi sulla pubblica via. * Uno stridulo chitarrino; di quelli

con cui si baloccano i bambini.

7. Fa voce nasale.

8. Rantolo.

9. * Emette il respiro senza alcuna regola, cioè: è «sfiatato».

10. * Miagola.

11. * Il direttore d'orchestra, "Kapellmeister".

12. Non si tiene.

109.

LA CAUSA SCESARINI (1).

Naturale ch'er Prencipe Turlonia (2)

Ha d'aristà (3) affilato (4) e ttasciturno:

Se (5) tratta mó cche in ner ziconno turno

La Sagra Rota ha da portallo ar quonia (6).

Dunque machinerà cquarche ffandonia

E cquarc'antro bber trafico nutturno (7),

Come li primi imbrojji che cce furno

Pe mmannà la raggione in Babbilonia.

Vedi quante sentenze e cquanta ggente

Pe abbassà l'arbagg¡a a sti bboni mobbili,

Che nun vonno un espurio (8) pe pparente!

E jje s'hanno d'avé ttanti ariguardi

Quanno, per cristo, er ceto de li nobbili

:e ttutto un spedalone (9) de bbastardi (10)!

18 novembre 1834.

1. * Fece grande scandalo in quegli anni il processo intentato da

Don Lorenzo Sforza-Cesarini che si riteneva fosse nato

illegittimamente nel 1807 da una relazione della duchessa Gertrude,

nata Conti, con un russo. Il giovane, mantenuto nascostamente dalla

madre, portava il falso nome di Luigi Montani e faceva il pittore.

Aiutato dal principe di Piombino, che era al corrente della cosa, fece

causa per rivendicare l'eredità che il fratello Don Salvatore Sforza-

Cesarini, morto trentenne nel 1812 senza discendenti, gli aveva negato

per lasciarla invece al nipotino, primogenito della sorella Anna,

andata in isposa a Don Marino Torlonia. Il Tribunale - dinnanzi al

quale si susseguirono una serie di scandalose deposizioni, prima di

tutte quella della madre contro il figlio, che si dichiarò adultera,

poi di amici e di domestici che confermarono la cosa - accolse la tesi

della illegittimità. Ma il Principe di Piombino appellò alla Sacra

Rota: e quando la vecchia Donna Gertrude, pur di salvare l'eredità al

nipotino Torlonia, giunse a produrre la deposizione giurata del suo

confessore cui aveva confidato l'adulterio, questa presunta prova

decisiva rovesciò invece la situazione a favore di Don Lorenzo. La

misura dell'indignazione pubblica fu colmata e il supremo Tribunale

della Rota Romana, riconoscendo che Don Lorenzo era nato quando la

duchessa coabitava coniugalmente col marito, lo dichiarò figlio

legittimo, secondo i principii del diritto romano. Ciò dimostra però

che, nonostante tutto, il senso della giustizia e del diritto era a

Roma ancora integro.

2. * Il principe Don Marino Torlonia.

3. Da ristare.

4. * Col viso lungo, smagrito per la preoccupazione.

5. Si.

6. Allo sviluppo, agli estremi. * Al "quoniam".

7. Alludesi alla nefanda opera della viziatura di un libro

parrocchiale onde farvi comparire morto fin da bambino l'odierno

pretendente alla paterna eredità Sforza-Cesarini. * Il libro dei

battesimi, della parrocchia di S. Carlo à Catinari.

8. * Uno spurio.

9. * "Spedalone di San Galicano": si legge in una «Nota delle

bussole nelle osterie di Roma» del 1822 per la questua a favore delle

rappresentazioni sacre in BEVIGNANI, op. cit., p. 255. Qui «spedalone

de bbastardi» equivale a «un enorme brefotrofio».

10. Il nostro buon romanesco parlava così all'epoca della terza

proposizione rotale, la prima cioè del secondo turno del Tribunale

della Rota, già essendosi dal pretendente Don Lorenzo ottenute due

decisioni favorevoli ed un "expediatur" dal primo turno. Il 22 giugno

però del 1835 dovendosi riprodurre la causa per l'ultima e finale

decisione, comparve il seguente sonetto di autore a noi cognitissimo.

Noi lo riportiamo qui siccome un complemento alle notizie di questo

turpe litigio.

Sotto gli auspicii di cotal (1) che adorna,

Bestemmiando, l'umano col divino,

Nell'arena rotal Giulio Sforzino (2)

La quarta volta a battagliar ritorna.

Creda il mondo però, seppur non torna

Lo inchiostro in latte e l'acqua fresca in vino,

Che don Giulio, e donn'Anna e don Marino (3)

Saran disfatti e n'avran mazza e corna.

E tempo è ben che cessi il vitupero
2014-07-19 18:44
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